sabato 9 novembre 2013

COSE MIE / PERSONE E FATTI

UNA CARRIERA DI CORSA
Ho suddiviso la mia vita professionale essenzialmente in tre canali: un quotidiano, “Stadio”; un settimanale, “Guerin Sportivo”; libri, 20. Il quotidiano è stata un’esperienza adrenalinica, esaltante: perché per mia fortuna l’ho vissuta più come facitore del giornale che come scribacchino. La mattina, dopo aver sfogliato la “mazzetta” della stampa, impostavi il lavoro basandoti sugli avvenimenti del giorno, pronto però a scombussolare tutto se succedeva qualcosa di straordinario, tipo cacciata di un allenatore. Il pomeriggio pensavi già all'edizione del giorno dopo, ideavi interviste o inchieste o servizi speciali. La sera, in occasione di importanti incontri di boxe o partite notturne di calcio, ti preparavi alla “ribattuta”, che vuol dire buttare via servizi già impaginati per sostituirli con la cronaca fresca degli eventi. Un lavoro creativo che mi impegnava dalla mattina alle 10.30 alle 11 di sera, praticamente sette giorni su sette. Si lavorava anche il 26 dicembre e il primo dell’anno: qualcuno arrivava ancora in smoking . 
Il periodico è stato fisicamente meno faticoso ma  molto affascinante, trattandosi del Guerin Sportivo. Un giornale speciale, carico di storia, la cui confezione era spalmata lungo la settimana e suddivisa in “sedicesimi” (16 pagine alla volta), la domenica invece si faceva un “trentaduesimo” dedicato ai campionati. Solo da pensionato mi sono reso conto che in un anno – nell’arco di tutta la carriera - sarò stato con la mia famiglia 3-4 domeniche, quelle delle feste comandate. 
Al Guerino – testata centenaria - ho avuto il tempo di studiarmene ogni numero, ogni supplemento, dal 1912 al 2012: la storia di questo giornale è così intrigante e suggestiva per le implicazioni storiche, sociali, letterarie che alla fine – autunno 2012 – ne ho fatto un libro. Il mio ultimo libro. Adesso non avrei più la forza, la testa, la voglia di fare altro.






I MIEI PORTIERI
Quel ruolo mi ha sempre affascinato: è l’estremo difensore, se sbaglia lui è gol. Invece di calciare, vola. E’ coraggioso: si butta nelle mischie quasi con incoscienza. Per questo, quando giocavo a calcio, mi venne istintivo mettermi fra i pali. Il primo a impressionarmi fu Ottavio Bugatti, un lombardo che allora (anni 50) giocava nella Spal. Gli scrissi chiedendogli una foto e nella busta misi il francobollo per la risposta. Mi mandò una fotografia autografata (per la miseria, non la trovo più!!!) e mi rispedì il francobollo. Poi conobbi Giorgio Ghezzi, romagnolo, detto “il kamikaze” perché fu il primo a “uscire” dalla porta e a scaraventarsi fra i piedi degli attaccanti avversari. Lo rividi nel 1970, quando andai nel suo “Peccato Veniale”, un night di Cesenatico, per vedere assieme a lui e ai suoi ospiti Italia-Germania Ovest del Mondiale e farne un servizio per il giornale. Dici Ghezzi e ricordi Lorenzo Buffon (foto sopra), friulano, suo antagonista nella vita e nello sport: era uno che volava, era spettacolare, con qualcosa di grande nell’anima. Faceva il portiere ma dipingeva già, da autodidatta. Due anni fa mi ha regalato un bellissimo quadro che ho appeso nel mio studio: All’amico Paolo, dice la dedica. 
Un sentimento particolare nutro per Claudio Taffarel, portiere brasiliano, con radici a Oderzo, nel Veneto. Nel 1990 - a 24 anni - fu acquistato dal Parma, primo portiere straniero in una nostra squadra, per motivi commerciali: era testimonial Parmalat nel suo paese. Portiere poco spettacolare, dotato di grande freddezza e senso della posizione, efficacissimo specie sui rigori. Nel 1994 sarebbe diventato campione del mondo col Brasile. L'ho conosciuto bene nel 1993 perchè con lui ho scritto il manuale "Come diventare portiere". Ho frequentato la sua casa a Parma (con lui, la moglie Andrea e due cani, John e Marilyn) per parecchi mesi, scoprendo un uomo vero pieno di sentimento e di purezza. Era un cattolico fervente: volle che il libro fosse stampato su carta riciclata e che i proventi delle vendite fossero destinati ai bambini di Padre Giorgio Paiusco (Belem, Parà) e di Don Onesto Costa (Primavera del Este, Mato Grosso).

UOMINI VERI 
Nella mia vita professionale ho incontrato e conosciuto moltissime persone, da atleti di sport diversi a presidenti del Coni, da presidenti di società sportive a editori e giornalisti. Mi piace ricordarne due perché in qualche modo mi sono rimasti dentro. Renato Bulfon: friulano schivo e di poche parole, proprietario a Mortegliano di un negozio di bici che ha trasformato in una specie di museo, collezionista di memorabilia ma soprattutto di testimonianze giornalistiche. Ha tutto e di più su quanto i giornali nel tempo hanno scritto di sport e campioni; un tipo preziosissimo per uno come me, sempre in cerca di documentazioni per i miei libri. Mi è rimasto dentro per la sua ritrosia a esibirsi, a comparire, per la passione autentica espressa nel confronti dello sport. 
Un altro è Giancarlo Brocci, senese di Gaiole in Chianti, estroverso quanto geniale, laureato in medicina ma operativo per un solo giorno in tutta la sua vita: il resto lo ha passato a a fare politica e soprattutto a recuperare il ciclismo più puro, la passione più vera per la fatica in bicicletta, quella delle “strade bianche”; lui stesso è cicloturista di lungo corso, si è fatto anche una Parigi-Brest-Parigi per amatori. Ha inventato l’Eroica (scampagnata da 15.000 partecipanti di tutto il mondo, con bici e abbigliamento d'epoca) e il Giro Bio (per dilettanti allo stato puro). Mi è rimasto dentro per la sincerità e la purezza dei suoi ideali. Recentemente ha aperto un blog: giancarlobrocci.it. Andate a leggerlo e non fate caso al titolo "Un perdente di successo". Lui è un vincente.

SERGIO NERI, UN GENIO
Romagnolo di Rimini, spinto da un innato spirito dell'avventura e appassionato alle storie dell'uomo, un giorno se ne andò a Roma. Lavorò per un paio di quotidiani, girò il mondo al seguito degli eventi più diversi: da inviato fece servizi sugli astronauti, sui primi voli lunari, sulla democrazia dei giovani svedesi, sulle tribù selvagge africane. Trovò la sua strada avvicinandosi al ciclismo, che era avventura agonistica ma soprattutto umana. Nel 1976, a 42 anni, fondò "Bicisport", il primo giornale ad avere come titolo un acronimo: BS (nella foto a destra uno dei primi numeri). Lavorava anche al Corriere dello Sport, ne sarebbe diventato direttore, ma intanto dilatava il suo interesse per le storie del ciclismo: di lì a poco sarebbero nati anche CT (Cicloturismo) e Mtb (Mountain bike) e avrebbe condensato i suoi tre mensili nella Compagnia Editoriale, che poi si sarebbe arricchita di altre iniziative come supplementi, "speciali", almanacchi, Club. 
Oggi BS è il periodico di ciclismo più venduto al mondo. Conobbi Neri quando per un breve periodo fu direttore di Stadio-Corriere dello Sport. Mi colpirono la sua sensibilità, l'onestà, la fantasia, l'entusiasmo, la genialità nel produrre idee. E ovviamente la sua passione autentica e pura per gli uomini del ciclismo. Ancora adesso che non è più giovanissimo, frulla come un matto dietro alle sue iniziative, instancabile ed entusiasta come lo era da giovane. Per lungo tempo ho collaborato a BS, per Neri ho scritto tre libri: Un certo Coppi, Bartali & Togliatti, L'Italia di Coppi e Bartali che dopo oltre trent'anni sono ancora venduti. E lui puntualmente mi fa mandare i miei "diritti", fossero anche 5-10 euro, a differenza di altri editori che si spacciano per gente seria ma che non onorano i contratti. Neri lo avrò sempre nel cuore. 




























STEINBECK, IL MITO

Fin da piccolo avevo deciso di fare il giornalista e lo scrittore, suggestionato dalle numerosissime letture di ogni genere che mia madre mi aveva sollecitato (mi portava in una vecchia libreria e comprava libri usati). Poco dopo aver cominciato a firmare per un giornale, La Notte, 1961, andavo confidando agli amici con presunzione e incoscienza che nel 1986 avrei vinto il Nobel per la letteratura! Chissà perché il 1986, però ricordo che l’anno scelto per la gloria era quello. Ovviamente non ho vinto il Nobel, sono rimasto uno scribacchino, un parolaio anche se ho scritto parecchio. Ho sempre invidiato gli scrittori che mi hanno trasmesso qualcosa: ma come facevano a entrarti così nell’anima!? Perché riuscivano a coinvolgerti nei loro romanzi? Qual era il segreto? Mai saputo, mai individuato. 
Il mio eroe – l’ho già scritto da qualche altra parte – era John Steinbeck, un californiano nato nel 1902 e morto nel 1968. Lui sì che vinse il Nobel: nel 1962. Mi piacevano le sue storie crude, di denuncia, scritte con semplicità suggestiva. Era considerato uomo di sinistra perché trattava temi sociali, il lavoro, lo sfruttamento della povera gente. Ricordo che divoravo Pian della Tortilla, Uomini e Topi, Furore, La Valle dell’Eden. Ancora adesso ne rileggo qualche pagina, ogni tanto, e sempre mi meraviglio della sua efficacia narrativa: mai un aggettivo di troppo, mai una parola inutile, solo concretezza affascinante. Un grande. Perchè a differenza di altri, tutto ciò che ha scritto è capolavoro. Sempre attuale. Leggetelo.

IL LATINO DI DALL'ARA
Renato Dall’Ara, un industriale reggiano di modestissime origini trapiantato a Bologna, fu presidente della società rossoblù per 30 anni, dal 1934 al 1964. Di lui in redazione a “Stadio” si raccontavano episodi gustosi (o forse erano leggende) che dovevano testimoniare i suoi tentativi di elevarsi da un livello culturale molto basso. Un giorno, a inizio campionato, parlò alla squadra. E disse: “Per la parte economica, sine qua non, siamo qua noi. Per la parte tecnica fiat lux, il mister, faccia lui”.

GLI SCHERZI DI COMASCHI
Giorgio Comaschi, giornalista bolognese di sport, spettacolo e costume, conduttore televisivo, e attore, cominciò la sua carriera a “Stadio”. E subito esibì la sua vena umoristica in redazione. Ricordo che quando squillava un telefono si precipitava a rispondere. A chi gli chiedeva se c’era il direttore o il tal giornalista, rispondeva con grande naturalezza: “No, mi spiace, ma è in giro a imbiancare il corridoio”. Oppure: “Adesso è occupato, sta spolverando le scrivanie”, "No, è fuori col camion".

QUEL TIRO DEL PIVA
Un sorriso che non dimentico mai è quello rivoltomi da Gino Pivatelli, grande centravanti del Bologna e della Nazionale. Avevo 16 anni, giocavo nei ragazzi rossoblu assieme a Bulgarelli, ai figli di Schiavio e di Sansone, qualche volta assieme anche a Pascutti che era un po' più grande. Facevo il portiere. A quei tempi, a metà degli Anni 50, la prima squadra il giovedì si allenava allo stadio in una partita vera contro i ragazzi. Per noi, robe da farti tremare le gambe, occasione di emozioni inenarrabili. Il mio gran giorno fu quello in cui parai una sventola angolata del leggendario Pivatelli: tirò dal limite dell'area indirizzando il pallone di cuoio nel "sette" alla mia destra. Ricordo che ero concentratissimo, teso. Istintivamente mi misi in volo e con la punta delle dita riuscii a deviare quel pallone sopra la traversa. Ricordo anche che Bulgarelli mi battè le mani. Il Piva non smise di correre, venne verso di me che ero atterrato dopo il volo: mi diede una manata sulla testa e mi fece un sorriso grande come una casa, sincero. Mi disse: "Sei stato bravo!".

LO SCOOP SU GIACOMINO
Nel mio percorso professionale ho fatto tre “scoop” (tutti per il quotidiano “Stadio”), cioè ho dato notizie che nessun altro aveva. Uno quando intervistai Nadia Comaneci, a Bologna quasi in incognito (leggi il relativo Amarcord). Un altro quando a Pechino ottenni un colloquio privato con He Zhenliang, divenuto poi vicepresidente del Cio, che mi annunciava il futuro esplosivo dello sport cinese. Un altro ancora (il primo in ordine temporale, è del 1973 o 74) quando diedi un clamoroso “buco” a tutta la stampa nazionale. Giulio C.Turrini, caposervizio calcio del giornale, mi disse di andare a intervistare Pesaola, allenatore del Bologna e mi anticipò  con uno sguardo complice una stupefacente notizia: Bulgarelli – numero 8 da sempre - avrebbe giocato da “libero”. Glielo aveva detto in confidenza lo stesso Pesaola e Turrini aveva voluto regalarmi lo scoop. Feci l’intervista al “Petisso” (così veniva chiamato il mister), e lui mi spiegò il perché di quella decisione presa su sollecitazione di Giacomino stesso. Il giorno dopo, sogghignando più che sorridendo, affrontai il livore dei colleghi delle altre testate. Ancora adesso sorrido pensando al gesto di stima e di affetto che il grande Turrini aveva voluto regalare a me, giovanissimo redattore.
LO SPONSOR DEL GAS
Akragas è il nome greco di Agrigento. La società di calcio locale con questo nome nacque nel 1939 e dopo varie vicissitudini è ancora attiva, milita nel girone I della Serie D. Mi sbalordii il giorno in cui sentii un giornalista sportivo della radio dire uno sproloquio tale da rotolarsi in terra per le risate: si meravigliava che quella squadra avesse preso addirittura il nome dallo sponsor, una fantomatica società di distribuzione del gas. Giuro che è vero.















1 commento:

  1. Fico muito feliz por Taffarel ajudar ao Padre Giorgio Paiusco, ele lembrava muito de Taffarel sempre com um carinho especial. Padre Giorgio Paiusco faleceu no dia 04 de janeiro de 2014. Ficará na lembrança e memória uma pessoa de um belo sentimento pelas pessoas carentes.

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