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sabato 12 ottobre 2013

STORIE IN BICI - Il sacrificio del Re

La sua carriera è durata vent’anni, dal 1931 al 1951. Ha corso contro Girardengo e Coppi, Guerra e Bobet. Non è mai stato un campionissimo eppure per i francesi è una leggenda. Perché René Vietto ha incarnato quelle virtù – generosità e tenacia – che sempre hanno fatto di un corridore “normale” un eroe popolare. Quando il Tour 1997 ha attraversato il piccolo villaggio pirenaico de l’Hospitalet, la carovana ha reso omaggio alla sua memoria. Lì oltre sessant’anni prima un ragazzo appena ventenne aveva sacrificato il proprio sogno di gloria per soccorrere un compagno in difficoltà: per questo  gesto era stato battezzato “le Roi René”, il re René. Dopo, per tutta la sua vita agonistica, avrebbe rincorso quel sogno senza più raggiungerlo.
Il sogno di Vietto era vincere il Tour. “Nessuno più di lui – avrebbe detto Henri Desgrange – indossa la maglia gialla con tanto orgoglio e la perde con tanto autentico dolore”. Sulla lapide della sua tomba, posta sulla sommità del Col de Braus, c’è un epitaffio significativo: “René Vietto, Maillot Jaune de Tour de France”. La vestì complessivamente per 31 giorni, mai riuscì a portarla a Parigi, anche quando pareva ormai inevitabile che ciò accadesse.
Era di origini italiane. I suoi venivano dai monti della Val d’Aosta, si erano stabiliti a Rocheville, sulle Alpi Marittime, e lì nel 1914 nasce René. Appena è in età di lavorare il piccolo René si impiega come fattorino in un hotel di Nizza. Nelle pause, va in bicicletta. Ha la montagna nel cuore, si sente vivo solo quando può respirare il vento che sibila fra il cielo e le cime degli alberi. E’ ovvio che il terreno preferito per le sue esercitazioni siano le rampe vicino casa. E’ piccolo di statura, mingherlino. La timidezza naturale di chi è cresciuto fra i monti lo fa taciturno, a volte scontroso. Più tardi verrà descritto così: “Sguardo accigliato, da aquila. Capelli folti, taglia da ballerino di flamenco. Il suo nome suona come una frustata”.
Renè Vietto sente schioccare il proprio nome per la prima volta a 17 anni, quando è secondo nella scalata della Turbie. E’ poco più che un bambino, ha salito i tornanti con eleganza e determinazione, impressionando pubblico e giornalisti. Sta raccolto in avanti, seduto su un sellino strettissimo, sembra che spinga solo con la punta dei piedi, senza sforzo, senza scomporsi. Il suo modello, dirà, è Binda. E ne spiegherà così lo stile, che è il suo: “In salita gli puoi mettere un bicchiere di latte sulla schiena e lui te lo porta al traguardo ancora pieno”. Gli profetizzano un futuro di gloria quando l’anno dopo, 1932, domina un’altra corsa in salita, la Nizza-Mont Agel. Indossa la maglia de l’Etoile Sportive di Cannes, stacca di prepotenza Lesueur e Vicente Trueba, quello che poi verrà detto “la pulce dei Pirenei”. Vincerà il Gran Premio di Cannes in quello stesso 1932 e poi anche l'anno seguente, quando arriverà anche 13° assieme a Girardengo nella Milano-Sanremo. 

 Sono dettagli necessari, questi, per capire le dimensioni del fenomeno Vietto, un giovanissimo che sta conquistando il cuore della gente. Per queste sue straordinarie qualità di grimpeur esibite con tanta regolarità, nel 1934 viene chiamato a far parte della Nazionale francese impegnata al Tour. Ecco, il Tour 1934 è quello che lo consegna alla leggenda.
La stampa critica il selezionatore dei “blues” per aver incluso in squadra il ventenne di Rocqueville: il Tour è una corsa feroce e drammatica che ha bisogno di gente rotta ad ogni esperienza e non di ragazzini che hanno vinto solo qualche corsa minore in Provenza. La squadra francese conta su personaggi come George Speicher, detto “il re di Monthlery”, che nel 1933 ha vinto il campionato del mondo e il Tour, Antonin Magne detto “Tonin il saggio” già trionfatore del Tour 1931, Roger Lapebie, Charles Pelissier, Maurice Archambaud. E’ la squadra più forte e le critiche alla chiamata di Vietto diventano più accese quando nella prima tappa il ragazzino a causa di una foratura arriva al traguardo dopo 10’. Alla seconda, Antonin Magne è già maglia gialla mentre il giovane René continua ad accumulare ritardi. Ai piedi delle Alpi è 42° in classifica a più di un’ora di distacco da Magne. La sua faccia accigliata non tradisce sentimenti, non rabbia per le critiche, né delusione per la sua prova o speranze di rivalsa. Il profilarsi all’orizzonte delle grandi montagne gli allarga il cuore. Con Tonin il saggio ben saldo nella posizione di leader, alla settima tappa René ha facoltà di esibire il proprio talento. Aix-les-Bains-Grenoble, 229 km col Galibier: conquista le cime in solitario e dopo quasi nove ore arriva alla meta con oltre 3’ su Martano, Magne e altri due. Trueba, la pulce, è a 4’ e  i grandi a 12’. Si sprecano i complimenti per il ragazzino: con i suoi 7.448 giorni di vita risulta essere il quarto più giovane vincitore di tappa della storia del Tour. Nona tappa, Gap-Digne, 227 km, un continuo saliscendi con l’Allos a far paura. L’intrepido René non chiede licenze questa volta e va, esaltato dall’aria dei monti: ancora primo, con Molinar e Trueba a due e mezzo, i big a 6’ e mezzo. La folla impazzisce per quel piccolo montanaro taciturno e delira anche la critica quando due giorni dopo nella Nizza-Cannes, sui suoi monti, fra la sua gente,  s’invola con Martano e lo batte lasciando Magne e Trueba a 3’30”, Lapebie a 6’, gli altri a 10’. La gente abbatte le transenne, invade la strada, si porta René sulle spalle. Desgrange, il patron del Tour, che con la polizia vuole mettere un freno a tanto pericolosa eccitazione, si prende un pugno in faccia. Vietto adesso è 4° in classifica: un fenomeno, una rivelazione, si scrive che la Francia ha trovato il grande grimpeur che mancava dai tempi di Bottecchia.

 Adesso, sui Pirenei, gli appassionati si aspettano la conquista della maglia gialla da parte del ragazzo che ha osato sfidare i campioni. La Perpignano-Aix-les-Thermes di 158 km, quindicesima tappa, si corre il 14 luglio, festa nazionale. Le strade di montagna sono affollate di curiosi e percorse da straordinaria eccitazione. Ecco le rampe del Col de Puymorens, che si fermano a quota 1.915, ecco Vietto che scatta e scollina assieme alla maglia gialla e altri pochi avventurosi. Dopo poco, nei pressi del villaggio de l’Hospitalet, avviene il fatto storico. Antonin Magne cade rovinosamente a terra, la ruota anteriore della sua macchina è distrutta, il suo sguardo è un lago di disperazione. Urla a Vietto di passargli la sua bicicletta. Potrebbe proseguire, il ragazzo. Far finta di non aver sentito e volare verso la gloria. Il Tour è sempre stato terreno di imboscate, corsa da coltello fra i denti adatta a pirati della bici. E invece Vietto mette piede a terra. Passa la ruota alla maglia gialla e aspetta 5’ l’arrivo dei suoi meccanici. La radiocronaca di Tristan Bernard racconta alla Francia quel gesto di altruismo. 

 Il giorno dopo i giornali non fanno in tempo ad esaltare l’eccezionale generosità del piccolo eroe che questi si rende protagonista di un altro episodio da favola. C’è la Aix-les-Thermes-Luchon di 165 km, altre montagne da scalare, altra impresa di Vietto che sul Col de Portet d’Aspet comanda un gruppetto di inseguitori nella rincorsa a un paio di fuggitivi, Antonin Magne è più indietro staccato di un minuto. Appena inizia la discesa la maglia gialla è vittima di un incidente alla catena, cade, fracassa un’altra ruota. Vietto è lontano, alcuni chilometri più avanti. Mentre si dà daffare per rimediare al guasto, Magne se lo vede comparire davanti come in un miracolo. Il ragazzo è stato raggiunto da un motociclista che l’ha avvisato dei problemi del suo compagno, si è fermato e incredibilmente ha risalito la strada all’inverso. Prendi la mia bicicletta, Tonin, sussurra. Magne riprende la sua corsa e aiutato da Lapebie alla fine conterrà il ritardo in una manciata di secondi. Vietto invece è rimasto lì da solo, ad aspettare i soccorsi: allora le poche macchine del seguito sulle salite perdevano i corridori, si fermavano a far respirare i motori fumanti. C’è una foto che legittima la leggenda di Vietto: il piccolo scalatore è seduto su un muricciolo ai bordi della strada sterrata, il capo chino appoggiato a un ginocchio. Piange. E pensa al suo sogno che se ne sta volando via. Passano ben 15’ prima che qualcuno gli porti soccorso. Ancora una volta la voce del radiocronista informerà la nazione intera di quel gesto eroico. Così da quel momento in poi Vietto sarà “le roi René”: il re della generosità, il re dello spirito di squadra. Quel Tour 1934 passerà alla storia come “il sacrificio di Vietto”, non come la seconda vittoria di Magne. E anni dopo un periodico cattolico, “La Vie Chrétienne” ricorderà il gesto di Vietto come esempio di carità cristiana. 
 Non finisce sul Col de Portet l’avventura di René in quel 1934. Due giorni dopo, nell’ultima tappa pirenaica, la Tarbes-Pau di 172 km, col Tourmalet e l’Aspin, inscena l’impresa della vita: fuga rabbiosa, tutti staccati, arrivo solitario con 3’ su Lapebie e Martano, 6’ su Sylvére Maes. Sarà 5° in classifica, alla fine di quel Tour, ma almeno potrà indossare da trionfatore la maglia di Re della Montagna, titolo assegnato ufficialmente per la prima volta.
Non rinuncerà al suo sogno, Vietto. Anzi. Lo rincorrerà con tenacia per anni, senza mai raggiungerlo, solo sfiorandolo dopo aver annunciato con donchisciottesca convinzione che avrebbe vinto. Non è un campionissimo il Re Renè, è prigioniero del suo sogno: le sue capacità sono limitate alle montagne, in pianura fatica a tenere il passo e a cronometro va decisamente male, sicchè alla fine quando si sommano i tempi risulta sempre in debito. In più, a ogni Tour ha la sua giornata negativa: una costante che gli avversari imparano a conoscere e aspettano. Sfiora l’impresa nel 1939: tiene la maglia gialla per ben 16 giorni, passa indenne sui Pirenei ma sulle Alpi, sull’Izoard, nella Digne-Briançon, colto da crisi di freddo, perde 17 minuti fatali. Sarà secondo a fine corsa, a mezz’ora dal vincitore Sylvére Maes.
 La guerra interrompe il ciclo del Tour. Quando riprende, nel 1947, René Vietto con i suoi 33 anni è ancora lì a sognare e a dire di vincerlo. Ha al fianco il giovane Louison Bobet, i vecchi Fachleitner e Lucien Teisseire. Vietto viene dato favorito da 7 giornali, fra cui L’Equipe. E’ il Tour che fa grande il nostro Ronconi (maglia gialla per due giorni), che mette in luce l’italo-francese Brambilla, che rivela “testa di vetro” Robic, regionale dell’Ovest. Vietto tiene la maglia gialla per 15 giorni, vince due tappe, la seconda è la Briançon–Digne con l’Izoard, il Vars, l’Allos: si prende la rivincita di otto anni prima ma vivrà il suo giorno di crisi ventiquattrore dopo, sulle sue montagne, il col de Braus dove nel 1988 vorrà essere sepolto e la Turbie. Poi a due giorni dalla conclusione, quando nonostante tutto ha ancora la maglia gialla sulle spalle, una crono di 139 km, la più lunga di tutta la storia del Tour, gli frantumerà ogni speranza. Vincerà a sorpresa Robic, proprio nell’ultima tappa e Vietto sarà quinto.
Vietto è al via del Tour anche nel 1948, a rincorrere Bartali, e nel 1949 e rincorrere Coppi. Adesso è un vecchio atleta, un po’ meno taciturno ma sempre scontroso. Se segue il corso dei suoi pensieri, se non vince però è lo stesso. Intorno a lui c’è sempre simpatia e affetto, perché René è un uomo che sulla bici trascina sempre, assieme ai suoi pensieri, quel suo gesto del 1934. Alla Sanremo del 1951 è uno dei tanti del gruppo: vince un nuovo idolo francese, Louison Bobet, e lui è in fondo, 75°. Scende dalla bici stancamente con lo sguardo fosco. Il suo sogno di vedersi in giallo a Parigi ormai sta lì, adagiato sul fondo del cuore, un ricordo appassito.

STORIE IN BICI - Il ribelle di Normandia


Jacques Anquetil l’hanno chiamato in mille modi, a testimonianza di una personalità complessa, a volte indecifrabile, discutibile. “Le Normand”, il normanno: per identificarlo quando, giovanissimo, si affacciò alla ribalta delle corse stupendo tutti per l’innegabile talento. Poi “Petit Jacques”, quando appena 19enne sbalordì per la sua potenza e resistenza. Divenne poi “Monsieur Crono” non appena fu evidente che la gara solitaria contro il tempo era la sua specialità. “Maitre Jacques” definì la sua personalità di uomo tenacemente indipendente, unico padrone di se stesso: a 20 anni lasciò la casa dei genitori e andò a vivere da solo per godersi la libertà dalle regole. Fu anche detto “Party Boy”, perché non disdegnava – anzi! – i piaceri del buon bere e del mangiare raffinato: figlio di un coltivatore di fragole, amava soprattutto gustare questi frutti carnosi e succulenti intingendoli nello champagne. E quando qualcuno gli ricordava che Louison Bobet accompagnava la bistecca con acqua minerale, rispondeva: “Affari suoi, a me questo regime non va bene”. Un giorno, ancora neopro, arrivò sulla Costa Azzurra per allenarsi e la prima cosa che fece fu andare al ristorante e ordinare un’aragosta con maionese.
Cento episodi tracciano il genio e la sregolatezza di Jacques Anquetil, fenomeno del ciclismo francese anni 50 e 60. Uno per tutti. Inizio agosto 1963, ha 29 anni. Domina il Grand Prix de Felletin, uno dei tanti circuiti locali allestiti per fare cassa e spettacolo. Poi sale in auto con la moglie Janine e il suo direttore sportivo Geminiani, si divora 250 km fino al Clermont Ferrand, sede di un’altra corsa che parte alle 8.30 del giorno dopo, la Ronde d’Auvergne. Arrivano all’hotel alle 11 di sera. Cena abbondante e poi per celebrare il successo di Felletin, Gem ordina champagne, una due tre bottiglie. Si aggregano al party altri corridori gaudenti come Van Looy e Sorgeloss i quali però verso l’una vanno a letto. Alle 2 di notte Anquetil dice che ha fame, divora un piatto di uova annaffiandole con una bottiglia di whisky. Alle 3 di notte ha un’idea balzana: telefona a Marcel Bidot che ha appena selezionato i corridori da mandare al mondiale di Renaix. Gli dice che lo vuole incontrare subito, lì a Clermond Ferrand, per discutere della tattica da attuare: è chiaro che non ha la testa a posto ma Bidot correrà ad ascoltarlo. Alle 5 di mattina finalmente va a letto, Alle 7 Gem bussa alla porta della sua stanza per svegliarlo. Con gli occhi pesti Jacques dapprima non vuol saperne di alzarsi ma poi raggiungerà il plotone sulla linea di partenza. Dopo 5 km comincia a vomitare, vuole ritirarsi. Geminiani sa come prenderlo, gli dice di resistere, gli dice che è una giornata meravigliosa e che una bella sgambata non potrà fargli che bene. La corsa è dura, dopo 70 km solo 10 corridori sono rimasti a pedalare, fra essi c’è anche Anquetil. Vince allo sprint, lui che sprinter non è. Gem si aspetta un gesto, una parola di riconoscenza che non arriva: “Non hai niente da dirmi?” chiede a Jacques. E lui: “Sì, portami champagne e ghiaccio”.
 Un tipo così ha vinto 5 Tour de France, due Giri d’Italia, una Vuelta e ha battuto il record dell’ora di Coppi. Nonostante questo, dopo le meraviglie e gli stupori suscitati all’inizio di carriera non è mai riuscito ad entrare completamente nel cuore dei francesi: il suo atteggiamento era troppo aristocratico e calcolatore, il suo comportamento troppo fuori dalle regole. Il corridore non deve fare sesso, non troppo, durante la stagione agonistica: era ed è il credo dominante dello sport. Anquetil si faceva raggiungere al Tour o al Giro dalla sua bellissima Janine e la accoglieva nella propria stanza quando non doveva dividerla col suo amicone Dedè Darrigade. A chi lo guardava di traverso, replicava: “La gente ha un concetto sbagliato dell’amore, non è questo che può stroncare un corridore. In Inghilterra sono stati fatti studi in proposito e i risultati mi danno ragione!”. Faceva l’amore e vinceva. Militare in Algeria, a 21 anni, si invaghì della prima ballerina dell’Opera di Algeri: tornò a casa dopo tre mesi, ingrassato di sette chili e intontito dalle follie amorose: poco dopo avrebbe battuto il record dell’ora.
Il corridore non deve doparsi, era ed è la raccomandazione di sempre. Lui prendeva anfetamine, meravigliandosi dello stupore altrui. Diceva: “Una pasticca non trasforma un ronzino in un puledro. Chi nasce puledro resta tale per tutta la vita”. Sosteneva apertamente, con aria di sfida, che l’anfetamina presa in dosi minime non fa male: prima di morire di cancro a soli 53 anni, fu perversamente orgoglioso di poter dire che i medici avevano escluso che ciò che aveva preso non aveva influito sull’evoluzione suo male. Fu un tenace contestatore dell’antidoping. Quando nel 1966 vinse la Liegi-Bastogne-Liegi arrivando con 4’53” sugli altri non volle sottoporsi al controllo di rito. “Dopo 12 anni di carriera – spiegò -  so quello che devo fare e non voglio che una vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi”. Era Anquetil e le rigidissime leggi belghe derogarono dalla abituale severità: gli lasciarono quella vittoria e gli comminarono solo un’ammenda di mille franchi. Non gli andò altrettanto bene quando nel 1967 tentò di impossessarsi di nuovo del record dell’ora che gli era stato strappato da Baldini e poi da Riviere. Lo battè ma il primato non venne omologato. E lui a France Dimanche ribadì il proprio convincimento: “Bisogna essere degli imbecilli per immaginare che un professionista che corre per 235 giorni l’anno e per anni di seguito possa rimanere ad un certo livello senza fare uso di stimolanti”.
 Nato nel 1934 in Normandia, a Mont Saint Aignan, vicino a Rouen, Anquetil è stato professionista dal 1953 al 1969 guadagnandosi la definizione di più grande cronoman di tutti i tempi. Si difendeva in salita dove accusava problemi di respirazione, non aveva grandi doti di sprinter, non amava gli scatti, era un fondista d’eccezione. Animato da un irrinunciabile spirito di indipendenza, esprimeva il meglio di se stesso nella corsa solitaria, contro il tempo. Correre da solo – diceva – significa non avere le distrazioni o le paure che ci sono in gruppo. Perfetta posizione in sella, pedalata regolarissima e potente: correva mantenendo sempre il centro della strada perché – sosteneva – ogni minima deviazione costringe i muscoli a un lavoro inutile, odiava ogni minimo spreco di energia. Nel 1961 vinse il GP delle Nazioni a tempo di record, pedalando secondo una tabella preparatagli dal suo direttore sportivo Wiegant: si fece 100 km ai 44 di media, perse 5 kg e battè il proprio record di oltre un minuto lasciando Desmet e Aldo Moser a più di 10’; alla fine si arrabbiò di brutto col Wiegant perché, per spronarlo, gli aveva dato dei tempi inesatti: “Ho polverizzato il record mentre sarebbe bastato abbassarlo di venti secondi!”.
Ciò che vinse, lo vinse quasi esclusivamente grazie alle sue doti di uomo-cronometro. Come tale si rivelò al mondo. A 19 anni fu convinto da Francis Pelissier e Gaston Benac a partecipare al GP delle Nazioni, 140 km contro il tempo: vinse con 6 minuti di distacco. Trionfò in 9 edizioni di quella corsa e 7 volte si aggiudicò il GP di Lugano, 3 volte il GP Castrocaro, 5 il GP di Ginevra, 3 volte il Trofeo Baracchi (in coppia con Altig, Stablinski e Gimondi). Era un calcolatore nato, non a caso a scuola aveva sempre preferitola matematica alle altre materie. Preparava le gare che voleva vincere con scrupolo maniacale, convinto che ogni minimo particolare – dalle misure della bicicletta alle tecniche di allenamento, diverse per ogni competizione – avessero influenza decisiva sul risultato.
Non ha mai vinto un titolo di campione del mondo (nel 1966 fu secondo a Rudy Altig) e poche sono le grandi classiche che lo hanno visto trionfatore: solo la Gand-Wewelgem, la Liegi-Bastogne-Liegi e la Bordeaux-Parigi. Quest’ultimo successo, colto nel 1965, diede la misura di ciò che Anquetil era in grado di fare grazie alla sua classe e alla sua incredibile potenza fisica. La Bordeaux-Parigi, una maratona di 567 km, si svolgeva il giorno dopo la conclusione del Giro del Delfinato. Anquetil vinse quel Giro. Alle 17 tagliava a braccia alzate il traguardo dell’ultima tappa. Alle 17.20 era sotto la doccia. Alle 17.55 in auto raggiungeva l’aeroporto di Nimes dove lo attendeva un Mystere 20 messo a disposizione del governo francese. Alle 19.30 atterrava a Bordeaux. Alle 20 era in albergo: cena, riposo. Alle 2 di notte partenza della corsa mostruosa. Alle 4 Anquetil vorrebbe abbandonare ma il solito Geminiani lo convince a continuare, l’alba lo avrebbe illuminato, diceva. Fu così. Per tutto il giorno rincorse Mahè che aveva 6’ di vantaggio. Al tramonto lo raggiunse, lo staccò. Al Parco dei Principi entrò assieme a Simpson e lo battè in volata. Fu l’apoteosi per quella feroce dimostrazione di volontà e di potenza.
Feroce volontà che aveva già manifestato in occasione della conquista del record dell’ora. Era sempre stato un grande ammiratore di Coppi, fin da giovanissimo aveva pensato di emularlo: non potendo controbatterlo in salita, pensava di poter riuscire a sfidarlo a cronometro. Coppi aveva conquistato il record dell’ora nel 1942 al Vigorelli, a 23 anni, coprendo 45,848 km. Anquetil si sentì presto in grado di affrontare la sfida, in ciò sollecitato anche dal suo entourage, da Coppi stesso e da Cavanna dal quale Fausto lo aveva portato. Provò una prima volta nel 1955, anche lui 22enne. Non ce la fece. Non si abbattè per questo, anzi quell’esperienza negativa lo convinse di avere in corpo le energie necessarie per riuscire nell’impresa. Ci riprovò un anno dopo, 1956. A un quarto d’ora dalla fine, smise di pedalare per il mal di reni: posizione sbagliata, l’asse della bici era troppo corto. In 24 ore la bici fu modificata, le stesse misure di quella di Coppi, del resto Jacques era strutturato come il Campionissimo. Alle 19.30 del 30 giugno prese il via, animato da sacro furore e dalla volontà di battere il suo idolo. Ce la fece: dopo mezz’ora aveva idealmente 22 metri di vantaggio su Coppi, finì avendo percorso allo scoccare dell’ora 46,159 km: Coppi era distanziato di 311 metri! La folla del Vigorelli, accorsa perché attirata dalla curiosità di vedere all’opera quel ragazzo francese che presuntuosamente quanto tenacemente  mirava all’eredità di Coppi, alla fine lo applaudì con entusiasmo: aveva capito che Anquetil era davvero un fenomeno. Non potè godersi a lungo quel record: prima Baldini e poi Riviere glielo batterono; ci riprovò nel 1967, fece uno strabiliante 47,493 che però non fu omologato perché non volle sottoporsi al controllo antidoping.
La capacità di soffrire, la determinazione nel perseguire gli obiettivi prefissi furono alla base anche dei suoi successi nelle corse a tappe, naturalmente unite alla sua predisposizione alle prove contro il tempo. Si aggiudicò 5 Parigi-Nizza, 3 Giri del Delfinato, oltre a Giri e Tour. Fu il primo a conquistare la tripletta Giro-Tour-Vuelta. Cinque volte trionfò nella corsa a tappe di casa sue e due in quella italiana, passò 42 giorni in maglia rosa e 52 in maglia gialla. Ma senza le crono non sarebbe riuscito a tanto. Conquistò il primo Tour nel 1957, a 23 anni, con 15’ su Janssens: vi aveva partecipato dopo aver visto che comprendeva tre tappe contro il tempo. Poi fece un poker fra il 1961 e il 1964 imponendosi rispettivamente a Carlesi (12’14”), Plankaert (4’59), Bahamontes (3’50”) e Poulidor (55”). Al Giro d’Italia, dopo  un secondo posto dietro a Gaul nel 1959, vinse nel 1960 battendo Nencini per soli 28” e nel 1964 Zilioli per 1’22”. Dunque non da dominatore ma come attento calcolatore. Non calcolò bene le forze degli avversari quando nel 1961 perse il Giro per poco più di tre minuti ad opera di un Arnaldo Pambianco in stato di grazia, capace di innervosirlo e di fiaccarlo con i suoi scatti a ripetizione sulle Alpi, specie nella Trento-Bormio. A chi gli faceva rilevare che questi successi ottenuti senza entusiasmare erano dovuti essenzialmente alle vittorie nelle tappe contro il tempo, replicava stizzito: “E allora? C’è gente che ha vinto il Tour e il Giro solo grazie alle montagne!”. Nulla da eccepire, se non che una vittoria ottenuta con fatica plateale, sfiancandosi lungo i tornanti di una montagna, nel cuore della gente provoca palpiti infinitamente più accelerati di un successo conquistato scientificamente a cronometro.
Smise nel 1969, a 35 anni, dopo aver lasciato la sua Janine ed essersi sposato una seconda volta. Si mise a fare il coltivatore. Morì di cancro nel 1987.


giovedì 10 ottobre 2013

STORIE IN BICI - Testa di vetro

C’era un sole dolce, quel giorno maledetto del 1944 in cui si correva la Parigi-Roubaix. Era il 9 aprile e intorno c’era un acre sapore di guerra: la Francia era libera per metà, lo sbarco in Normandia sarebbe avvenuto esattamente due mesi dopo, lo sport si trascinava fra sentimenti contrastanti, di paura e di esaltazione. Dieci corridori erano andati in fuga e Jean Robic, “il piccoletto delle Ardenne”, li inseguiva come una furia. Era al suo secondo anno di professionismo, aveva nemmeno 23 anni e un coraggio da leone: alla fine della guerra gli avrebbero dato la medaglia della Resistenza perché, nascosti nel telaio della bicicletta, aveva recapitato messaggi ai partigiani francesi oltrepassando le linee tedesche con la scusa degli allenamenti. Bartali in Italia aveva fatto qualcosa del genere. Fu nell’attraversamento di Amiens che “Jeannot” scivolò sulle rotaie del tram. Una caduta rovinosa, il capo sbattuto violentemente sul selciato, le auto che scartavano e frenavano per non passargli sulle gambe. Si rialzò un po’ stordito, circondato dalle cure dei curiosi e dei meccanici. Dopo un po’ disse che stava bene, risalì in bicicletta nonostante un feroce mal di testa. Sarebbe accaduto sette anni dopo anche a Serse Coppi, ma “Gilda” ne morì. Robic invece montò sulla sua macchina e guidò fino a Parigi. La mattina dopo, avendo ancora mal di testa, andò in ospedale a farsi dare un’occhiata. L’operarono d’urgenza, aveva due fratture, gli trapanarono il cranio: per i medici, che fosse sopravvissuto aveva dell’incredibile. Fu da quel giorno che Jean Robic ricominciò a correre con un caschetto di cuoio in testa. Lo chiamarono “Tete de cuir”, testa di cuoio. Più tardi l’avrebbero chiamato “Testa di vetro”, perché si sarebbe rotto la testa una seconda volta, nella Ronde de France del 1946, e di lì alla fine della carriera avrebbe contato altre 11 fratture. Si divertiva a elencarle ai giornalisti: frattura alla mano destra nel ‘48, rottura di un’arcata sopracciliare nel ‘50, clavicola sinistra spezzata nel ‘52, quattro vertebre incrinate nel ‘53 nella discesa del Galibier, due fratture al naso non ricordava quando, frattura del femore destro nel 1956. “Non m’importa - diceva - le mie gioie più grandi le devo al ciclismo”.
Era davvero un innamorato della bicicletta. Figlio di un carpentiere di Mobihan trapiantato in Bretagna, piccolo e gracile, secondo le intenzioni del genitore avrebbe dovuto imparare il mestiere di carradore. Invece marinava scuola e lavoro per andare a vedere le corse e correre lui stesso. Aveva 15 anni e le braghe corte quando cominciò a farsi notare nelle gare locali. A 19 anni, nel 1940, se ne andò a Parigi a fare il meccanico nella bottega di biciclette di Sausin, un vecchio corridore in pensione. Sfidò le speranze ciclistiche della capitale con successo, tanto che lo convinsero, nel 1943, a passare professionista. Correva per la “Génial Lucifer” e mai marca di bici fu più adeguata a un ciclista. Era un funambolo, scartava le buche nelle strade sollevando le ruote, saliva sui marciapiedi, zigzagava di qua e di là. A fine carriera si sarebbe anche esibito nei circhi. E non é un caso che fosse diventato un asso del ciclocross tanto da vestire la maglia iridata della specialità o che vincesse le gare dietro motori.
Era uno scalatore e il suo stile di corsa rifletteva il suo temperamento. Fra i suoi vari soprannomi c’è anche quello di “Biquet”, il capretto. Non faceva calcoli, se si sentiva di fare mattane partiva subito dopo il via e quando se ne andava era difficile stargli dietro. Aveva una formidabile capacità fisica e mentale di sopportare il dolore e la fatica. Era un combattente straordinario, a dispetto delle sue dimensioni, dotato di una volontà feroce e a questo dovette la sua popolarità: alla gente piaceva un tipo così, capace di sfidare i grandi, di buttare il cuore oltre la sofferenza. Nel Tour del ‘52 fu il primo francese dietro a Coppi, vinse la tappa di Avignone staccando Bartali di quasi due minuti, all’Alpe d’Huez fu secondo solo al grande Fausto e la gente andò in delirio. Nel Tour del ‘53 conquistò la maglia gialla a Luchon stracciando Bobet e Bartali. 

In 18 anni di carriera non ha vinto molto, 30 corse, ma quando annunciò di voler appendere la bici al chiodo ci fu il rimpianto di tutti. Tranne che di quelli con cui aveva questionato, ed erano tanti. Per questo al Tour solo una volta fu inserito nella Nazionale francese. Altrimenti, sempre in una squadra regionale. Al via del Tour 1947 giurò che l’avrebbe fatta pagare a Vietto che nella Monaco-Parigi dell’anno precedente aveva favorito il suo allievo Apotre (detto Apo, era di origine greca) Lazarides anziché lui. Nel Tour del 1948 irrise Bartali che era staccato di una ventina di minuti in classifica, mettendosi a scorazzare con una moto davanti all’hotel del toscano. Nel 1953 se la prese con Coppi, reo di aver aiutato Ockers e Fausto gli rispose con una lettera aperta sui giornali. Odiava Bobet e Geminiani, polemizzava con i giornali e i direttore sportivi. Oltre che Testa di vetro cominciarono a chiamarlo anche “Testa di legno”. Era matto, Jean Robic. E nel 1947 fece impazzire tutta la Francia. Perché vinse quella corsa all’ultimo giorno e senza aver mai indossato la maglia gialla quando ormai pareva che gli italiani avrebbero concluso in trionfo. Vale la pena raccontare nel dettaglio questa storia, perché fu una storia da brividi.
Si correva dopo otto anni di interruzione e molte cose erano cambiate. Il giornale organizzatore L’Auto era scomparso e al suo posto c’era L’Equipe. Era morto Henry Desgrange e il patron era Jacques Goddet. La squadra francese comprendeva il giovane Bobet e i vecchi draghi Vietto, Fachleitner, Teisseire. Robic non era stato preso in considerazione ed era stato relegato nella formazione dell’Ovest. “Lo so che mi considerano un rigolo, un fanfarone - minacciò - ma vedremo come andrà a finire...”. Si era sposato quattro giorni prima del via con la figlia di un ristoratore di Montparnasse e nessuno gli dava credito anche per questo. Per i giornali, i grandi favoriti erano “le roi” Vietto e Fachleitner; Combat puntava sul debuttante Bobet e Paris Presse su Ronconi. La squadra italiana non riscuoteva molta considerazione: assenti Coppi e Bartali, gli uomini di punta erano il passista-scalatore Ronconi e Cottur; i tricolori - guidati dal giornalista Guido Giardini - erano stati rinforzati con la presenza degli italo-francesi Brambilla e Tacca. Era un Tour duro ma propenso a venire incontro ai più arditi: un minuto di abbuono a chi passava per primo sui colli di prima e seconda categoria. Robic, oltre che sulla propria rabbia, contava anche su questo. Era uno scalatore: saliva ondeggiando con le spalle e con la testa, cambiando traiettoria, sembrava sempre sul punto di morire ma poi mordeva la strada come pochi.

Fu un Tour bellissimo, quello, ricco di colpi di scena. L’inizio sembrò confermare i pronostici della vigilia. Già alla seconda tappa, a Bruxelles, Vietto era in giallo. Avrebbe poi resistito a un furibondo attacco di Ronconi, nella quinta, nel momento in cui si era fermato per un “bisogno”. Una simile ingenuità sarebbe stata fatale nel Giro ‘57 a Charly Gaul ma a “le roi” costò solo il pericoloso avvicinamento dell’italiano in classifica: 1’22”. Robic, che aveva dato un saggio delle proprie intenzioni arrivando a Strasburgo solitario con un minuto su Kubler, in classifica era distanziato già di un quarto d’ora. Ma aspettava con fiducia il giorno giusto per la stangata.
Il giorno giusto fu il settimo, con la Lione-Grenoble. “Biquet” attaccò come un forsennato sul Cucheron e fece una strage: Brambilla e Fachleitner arrivarono a oltre 4’, Ronconi a 6’, Vietto a 8’24”. Il sorprendente corridore romagnolo vestì la maglia gialla ma la dovette cedere di nuovo a Vietto due giorni dopo, nella Briançon-Digne con l’Izoard, il Vars e l’Allos. Quel  giorno Robic, caduto nella discesa del Vars, arrivò a 6’30” e in classifica ripiombò indietro. Testa di vetro non se ne preoccupava molto: aspettava la crisi di Vietto, che puntualmente venne all’indomani, verso Nizza. La maglia gialla scalando i colli a lui famigliari del Braus e della Turbie perse sei minuti: a sua scusante, il fisico debilitato dalla penicillina assunta per curare l’incisione di un foruncolo. Intanto la spocchia e la presunzione di Robic avevano fatto sì che il minuscolo bretone venisse isolato nella sua squadra. Ogni giorno andava dicendo che “je me sens irresistible” sicché alla fine i suoi compagni lo lasciarono solo: se sei così forte, argomentarono, non hai certo bisogno di noi.
In effetti, per le sue stramberie Robic non aveva bisogno di nessuno. Lo dimostrò sui Pirenei, tappa numero 15, Luchon-Pau di 195 km. Scappò dopo 5 km e lo rividero solo al traguardo. Fu una cavalcata esaltante lungo le salite e le discese del Peyresourde, dell’Aspin, del Tourmalet, dell’Aubisque. Era il suo giorno di grazia, saliva con un fazzoletto in testa sotto il casco di cuoio, sembrava un legionario proiettato nell’avventura della vita. Arrivò a Pau con 10’43” su Vietto, Ronconi, Brambilla, Fachleitner e Goldschmit. E 5 minuti di abbuono li aveva guadagnati scavalcando per primo i colli. Ciononostante la classifica vedeva Vietto con 1’54” su Brambilla, 3’55” su Ronconi e 8’08’ su Robic. La battaglia, dicevano i cronisti, era fra i primi tre, le salite erano finite e quel matto di Biquet non aveva più terreno per fare esplodere le sue mine. Niente di più sbagliato. Perché la 19.a tappa, Vennes-St.Brieuc, una incredibile cronometro di 139 km, rivoluzionò la classifica. Vinse Impanis, ma Robic fu secondo a 4’54”. Ronconi arrivò a 6’32 e Vietto a 15’. Il cannese si era accordato con un amico perché gli segnalasse i tempi lungo il percorso. E a un certo momento “le roi” vide l’amico a terra vicino alla sua moto, il cranio fracassato: si era schiantato contro un paracarro. Questo l’aveva distrutto. Brambilla era la nuova maglia gialla con appena 53” su Ronconi, 2’58” su Robic. Vietto era a 5’06, poi c’era Fachleitner. 

L’ultima tappa, Caen-Parigi di 257 km, secondo logica avrebbe dovuto  vedere il sensazionale arrivo dei due italiani sotto l’Arco di Trionfo. Ma i francesi non ci stavano, questione d’orgoglio. Così quando sulla salitella di Bonsecours, all’uscita di Rouen, Brik Schotte e Teisseire sferrarono un attacco, Fachleitner che era quinto in classifica a oltre 8’ fu il primo a  muoversi. Brambilla e Ronconi persero quei venti metri che poi sarebbero diventati 100 e poi 500, fatali insomma. Robic invece fu svelto a mettersi a ruota di Fachleitner. Mentre Schette volava verso Parigi aumentando il proprio vantaggio, Brambilla e Ronconi piombavano in una crisi irreversibile. E Robic a un certo punto si ritrovò maglia gialla. Ma non ancora sul podio. Fu allora che avvicinò Fachleitner e gli disse: “Non mi scappi, ormai non puoi più vincere il Tour. Stai tranquillo e ti dò centomila franchi”. Fach, abbandonato l’impossibile sogno, accettò. A Parigi, Robic e compagnia arrivarono 7’ dopo Schotte ma Brambilla e Ronconi di minuti ne contarono 13. Fu così che quel piccolo orgoglioso bretone vinse il suo Tour senza aver indossato un giorno la maglia gialla. Fachleitner fu secondo a 3’58”, poi Brambilla, Ronconi e il povero Vietto.
Quel successo gli regalò gloria, popolarità e denaro (comprò alla madre un negozio di merceria). Disputò l’ultimo Tour nel 1959, si ritirò a due giorni dalla fine perché arrivato fuori tempo massimo. Corse fino ai 40 anni, portando in gruppo e fra la gente la grinta, la follia, il coraggio e l’irrazionalità. Quando smise, disse che si sentiva morire. Morì nel 1980, a 59 anni. Naturalmente non nel suo letto, ma in un incidente stradale mentre tornava da una corsa di gentlemen.






STORIE IN BICI - Il Signor Millimetro


Un giorno, tornando a casa in aereo dopo aver corso la Settimana Sarda, chiese d’improvviso a un giornalista seduto accanto a lui: “Hai paura di volare?”. Si era negli Anni 50, l’uso dei velivoli come mezzo di trasferimento non era diffuso come oggi ed erano molti quelli che tremavano al solo salire la scaletta. No, rispose l’amico, e tu? Stan Ockers prese tempo. Si fece serio e lentamente disse: “No, non ho paura di niente. Sono un fatalista: quando uno deve morire, muore anche se non cade l’aereo”. Un anno dopo, primavera 1955, Jacques Lecoq chiese un pronostico secco a tre campioni belgi, Van Steenbergen, Impanis e Ockers, su chi avrebbe vinto le prossime Freccia Vallona e Liegi-Bastogne-Liegi. Ockers anticipò i due compagni dicendo con decisione: “Io, vinco io per forza:non ho più tanto tempo davanti a me”. Arrivò primo in entrambe le corse, infatti. E quel 1955 fu trionfale per lui: conquistò anche la classifica a punti del Tour, il mondiale su strada e il trofeo Desgrange-Colombo. Non si era mai visto un Ockers così, pareva invasato, quasi preoccupato di arraffare tutto ciò che era possibile perché poi non ci sarebbe più stata l’occasione. Aveva 35 anni compiuti e riteneva di non aver più tanto tempo davanti a sé: non per via dell’età, bensì perché avvertiva per vie misteriose l’avvicinarsi della sua ora.
La tragedia avvenne il 29 settembre di un anno dopo. C’era uno riunione in pista, al Palasport di Anversa. Correva in coppia con Sterckx e si toccò col suo compagno. Un ruzzolone sul parquet, la testa che batte contro il pedale della bici dell’altro proprio in un punto non protetto, fra uno spicchio e l’altro del casco. Allora non c’era il casco integrale, fu una inquietante fatalità. D’urgenza venne portato a Merksem, all’ospedale Saint-Bartholomé. Aveva il cranio fratturato, perse conoscenza e due giorni dopo, l’1 ottobre, morì a soli 36 anni. Al funerale accorse tutta Anversa, c’erano centomila persone e il Re, che alla memoria gli conferì il cavalierato dell’Ordine di Leopoldo II. A ricordarlo, nel 1957 sarebbe stato scoperto un monumento sulla vetta del Col de Forges, dove lui quattro anni prima aveva preso il volo per andare a vincere la Freccia Vallona. Un busto di bronzo lo ricorda anche nella sala d’onore del Palazzo dello Sport di Anversa.

Stan Ockers era stato l’idolo di Eddy Merckx come di tanti altri ragazzini belgi. All’apparenza fragile e minuto (era alto un metro e sessanta), pareva fatto d’acciaio. Per questo l’avevano chiamato il Robic del Belgio. Poi era anche stato battezzato Stan l’astuto e Monsieur Millimètre. Astuto, perché in corsa aveva un’intelligenza fuori del comune, un innato senso della strategia. Signor Millimetro perché non sprecava niente in energia e in strada percorsa. Correva cogliendo il filo del vento, tagliando le curve secondo scienza e all’occorrenza si mostrava, scriverà Bruno Roghi, “un fastidioso succhiatore di ruote secondo la scuola della più rigida ragioneria del ciclismo”. Correva ai tempi di Bartali e Coppi, Bobet e Gaul, Van Steenbergen e Kubler, Koblet e Geminiani. Lui non era un superman: non eccelleva in alcuna specialità, né in volata né in salita e sul passo era solo regolare. Però sopperiva a queste carenze tecniche e fisiche con una volontà e una tenacia feroci, tali che lo fecero diventare il modello dei ragazzini. Con queste armi riuscì a tener testa ai campioni del suo tempo, fu due volte secondo al Tour, una dietro Kubler nel 1950 e una dietro Coppi nel 1952, corse in complesso 8 Tour de France portandoli tutti a termine.
Anche quella volta nel 1948, quando nella Tolosa-Montpellier arrivò 85° su 85. Stava male e il suo direttore sportivo gli urlava: “Stai male, Stan, sei ultimo, ritirati, non c’é più niente da fare!”. Lui, la testa piegata sul manubrio, soffriva in silenzio, stringeva i denti, piangeva di rabbia e in queste condizioni arrivò al traguardo. Goddet di getto, e convinto che non lo avrebbe rivisto alla partenza del giorno dopo, scrisse un articolo di elogio sull’Equipe per il piccolo e tenace corridore belga: “Stan Ockers é stato oggi un esempio per tutti, ora può tornare ad Anversa felice per il dovere compiuto”. E invece il giorno dopo, eccolo lì, non in gran forma ma deciso a vendere cara la pelle. A Marsiglia arrivò quarto, poi secondo dietro a Bartali ad Aix-les-Bains e ancora secondo a Mulhouse, quinto a Strasburgo, secondo a Metz, quarto a Liegi, terzo a Roubaix, quinto a Parigi. Finì per vincere la classifica a punti, come sarebbe accaduto ancora otto anni dopo, nel 1956.

Nato nei pressi di Anversa nel febbraio del 1920, gli era stato dato un nome profetico: Costante, come Girardengo. Per tutti sarebbe poi divenuto “Stan”. Aveva cominciato a correre nel 1937, nel 1941 era passato professionista e subito si era fatto apprezzare per la caparbietà e la forza interiore oltre che per la correttezza e l’onestà.
Rimase ferito a morte il giorno del 1950 che qualcuno lo accusò tanto velatamente quanto paradossalmente di aver venduto il Tour a Kubler. Kubler si era trovato la maglia gialla sulle spalle il giorno che Bartali, insultato e picchiato dai baschi sul Col d’Aspin, dopo aver trionfato sul traguardo di St.Gaudens decise di tornare a casa con tutta la squadra al seguito. Quel giorno Magni era diventato maglia gialla e ripiegò nella valigia il prezioso indumento con grande amarezza. Così il campione svizzero si trovò leader, ma praticamente da solo (Koblet gli era nemico) ad affrontare gli assalti dei francesi, di Bobet in particolare. E’ vero che Kubler cercò accordi e aiuti in ogni modo, però l’onesto Ockers si conquistò il secondo posto con la forza delle gambe e l’intelligenza: figurarsi se, avendo la possibilità di vincere, avrebbe ceduto il trionfo a quello svizzero! Aveva 30 anni e il massimo dei successi colti fino ad allora era stato il Giro del Belgio del 1948. Nella Perpignano-Nimes Kubler e Ockers costruirono i loro piazzamenti finali affibbiando una decina di minuti a Bobet e Geminiani. Quella tappa passò alla storia più che per la debacle dei francesi, per un episodio grottesco accaduto ad Abed-ek-Kader Zaaf, un pittoresco algerino debuttante al Tour: a un certo punto si fermò, si sdraiò sull’erba delirando. Soccorso, si sollevò; inforcò di nuovo la bicicletta e riprese la strada: in direzione inversa. Fu portato all’ambulanza e risultò essere ubriaco fradicio.
Ockers era allora a 1’06 dallo svizzero, nelle tappe successive perse altre manciate di secodi e nella St.Etienne-Lione, una terrificante crono di 98 chilometri, arrivò a 5’34” da Kubler. Finì quel Tour, il buon Stan, a 9’30” dallo svizzero e nulla di più avrebbe potuto fare. Altro che vendere la vittoria! Per la cronaca, Bobet fu terzo a 22’19”. Nel Tour del 1950 Ockers aveva anche vinto una tappa, la quarta, Lilla Rouen e nel complesso della corsa aveva evidenziato al massimo le doti che lo avevano imposto all’attenzione e che più avanti gli avrebbero consentito di cogliere successi di prestigio.

Sì, perché paradossalmente Stan Ockers diede il meglio di se stesso dai 33 anni in poi. Nel 1953 vinse alla grande la sua prima Freccia Vallona e fu terzo al Mondiale di Lugano che vide Coppi vestire la maglia iridata. Nel 1954 al Tour dominò la Bayonne-Pau. Nel 1955 esplose: a 35 anni fu il miglior corridore della stagione, conquistando due classiche belge, la classifica a punti del Tour, il trofeo Edmond Gentil, e dulcis in fundo il Mondiale di Frascati, il suo capolavoro.
Si correva il 28 agosto in un’afa micidiale, 293 chilometri di saliscendi lungo i colli romani suddivisi in 14 giri, una folla immensa calcolata in 250 mila persone a godersi lo spettacolo, famiglie intere che bivaccavano sui prati, pronte ad esaltarsi per i corridori. Aspettavano Coppi e Magni, applaudirono i tentativi del romanino Monti, di Nencini e Fornara e alla fine dovettero convenire che il vincitore a sorpresa, il belga Stan Ockers, aveva ampiamente meritato il sccesso. Ockers quel giorno fece la corsa della vita.
Al sesto giro era scappato Fornara che era poi stato raggiunto da Anquetil, Darrigade, Rolland, Derijcke, Poblet, Nencini e Coletto. Il vecchio Stan era rimasto nel gruppo dei big, Coppi, Bobet, Magni, Brankart, impegnati a controllarsi l’un l’altro. Quando vide che il distacco era salito a circa 10’, colse l’occasione di uno scatto di Monti e Molineris per accodarsi a loro e mettersi in caccia dei fuggiaschi. Non succhiò le ruote quella volta, fece la sua parte. Raggiunsero i primi e dopo il belga restò sempre all’avanguardia. Coppi e Magni e Bobet si erano ritirati tra i fischi della gente. A due giri dalla fine in testa erano in nove: 3 belgi (Ockers, Janssens, Derijcke), 2 italiani (Nencini e Coletto), 3 francesi (Anquetil, Geminiani, Rolland) e 1 lussemburghese (Schmitz). Stan giocò la sua carta, scattò ma Nencini andò a riprenderlo. Sull’ultima salita scattò ancora e nessuno gli resistette, fece gli ultimi chilometri ai 37 di media, era scatenato davanti alla prospettiva di realizzare un sogno. Ai trecento metri dalla folla sbucò in bicicletta il suo direttore sportivo che lo accompagnò fino al traguardo. Come in trance vestì la maglia iridata, abbracciò la moglie e il figlioletto Eddy che aveva fatto venire a Roma perché sentiva di potergli fare un grande regalo. Alla televisione disse: “Ho 35 anni, vincevo oggi o mai più...”. 

Era entrato nella leggenda e con tutti gli onori qualche giorno dopo fu ricevuto a Palazzo Reale da Baldovino. Erano amici di lunga data, i due. Emozionato, vestito a festa, Ockers promise al suo re di regalargli la bici mondiale. E intanto pensava al futuro, che avvertiva ormai in scadenza. Avrebbe ampliato e abbellito la sua birreria ad Anversa per garantire un domani sicuro al suo Eddy. Poteva ritirarsi in gloria, Bartali l’aveva fatto proprio all’inizio di quell’anno. E invece continuò il suo mestiere, sempre per dare maggior sicurezza economica alla sua famiglia: la maglia iridata addosso gli aveva procurato una infinità di contratti.
Nel 1956 vinse una tappa e la classifica a punti del Tour, la Roma-Napoli-Roma dietro motori. Corse molto in pista e a fine stagione una riunione nel palasport della sua città gli fu fatale. “Muori anche se non cade l’aereo”, aveva detto. Chissà se aveva pensato di finire in quel modo...



domenica 6 ottobre 2013

STORIE IN BICI - Il Dittatore


Quella di Alfredo Binda, tre volte campione del mondo e vincitore di cinque Giri, è la storia esemplare di un uomo di successo, capace di districarsi con freddezza e intelligenza fra le tempeste più diverse nelle due vite vissute. La sua figura ha attraversato le passioni degli italiani dagli Anni 20 agli Anni 60: prima nelle vesti di campione-simbolo dell’Italia che vince nell’era fascista, e poi come “Napoleone della bicicletta”, alla guida di una Nazionale agitata dalle rivalità di tipi tosti come Bartali, Coppi e Magni. 

Oggi raccontiamo il Binda corridore che, spedito a 17 anni dal padre a Nizza per imparare il mestiere di stuccatore, in Francia comincia a vincere e a sorprendere. I transalpini fingono di non sapere che quel ragazzo viene da Cittiglio, Varese: quando vince suonano le campane e sui giornali se lo coccolano come “francese”. Il giorno del 1923 che il grande Gigardengo, Belloni e Sivocci se lo trovano sulle rampe della Nizza-Mont Chauve, ne escono sfatti. “Se quello lì viene in Italia ci fa fuori tutti”, mormora il buon Belloni. In Italia Binda verrà per la prima volta a 22 anni,  per il Giro di Lombardia del 1924, attirato dalle 500 lire promesse a chi passa primo sul Ghisallo. Le intasca tanto facilmente che Pavesi lo ingaggia subito per la Legnano. E pochi mesi dopo, nel 1925, il debuttante Binda vincerà il suo primo Giro lasciando Girardengo a 5’, Brunero a 7, Belloni a 26.

E’ stata appena ufficialmente instaurata la “dittatura del fascismo”, Binda non è ancora consapevole di avere instaurato la sua dittatura personale. Quel Giro del ’25 sarà infatti l’inizio di un dominio che durerà per otto anni e che all’inizio costituirà la risposta italiana ai successi francesi di Bottecchia. Per inquadrare le giuste dimensioni delle imprese del varesino bisogna fare un salto in avanti di cinque anni, fino a un mattino del maggio 1930. Non crede ai propri occhi quando, aperta la Gazzetta, l’Alfredo da Cittiglio non trova il proprio nome fra gli iscritti del Giro. Ha vinto alla grande le ultime tre edizioni e adesso non possono non averlo invitato. E invece è proprio così. Glielo conferma al telefono il patron della Legnano. Binda è stato escluso per “manifesta superiorità”: dopo quello del 1925 ha stravinto anche il Giro del 1927  intascando 12 tappe su 15; l’anno dopo, 7 tappe e ancora primo alla fine; e nel 1929, primato in classifica e 8 tappe consecutive nel carniere. Troppo, francamente troppo. Così la Legnano e gli organizzatori della corsa si sono trovati d’accordo: quest’uomo ammazza il ciclismo, meglio che se ne stia a casa, magari a preparare il Tour, che non ha mai corso. In cambio, gli daranno 22.500 lire che è quello che spetta al vincitore. Nella storia del ciclismo questo resta l’unico caso di un corridore pagato per non correre. Ed è un’altra perla che va ad aggiungersi alla collana di record infilata da Alfredo Binda, l’uomo chiamato “il Signore della Montagna” ma che era altrettanto forte allo sprint e sul passo. L’uomo battezzato anche “il Grande Antipatico”, per la freddezza esibita in qualsiasi frangente e la riservatezza nel privato. 
Collocato fra le imprese esaltanti del “Campionissimo” Girardengo e quelle della “Locomotiva umana” Guerra, proprio per queste peculiarità caratteriali non seppe mai coagulare attorno a sé grandi entusiasmi popolari: quando il Gira cominciò a declinare, i suoi fans si trasferirono in massa dalla parte del mantovano affidandogli il ruolo di vendicatore. Binda agli occhi della gente era il perfezionista senz’ anima, lo stilista ineguagliabile, l’elegantone che girava in Lancia Artena o in Lambda, e le sue imprese strepitose avevano il sapore di impietose mazzate all’idolo Girardengo, più vecchio di nove anni. Solo poche volte Binda riuscì a dare una scossa all’immaginario popolare. La prima fu nel Lombardia del 1926, che vinse con mezz’ora sul secondo dopo una fuga solitaria di 158 km: i giornali riferirono che il corridore aveva compiuto l’impresa grazie all’energia tratta da una dozzina di uova fresche che strada facendo aveva ingoiato dopo averne rotto il guscio sul manubrio. Questo episodio impressionò tanto la gente che Binda in seguito si sarebbe divertito a rievocarlo, sempre ingigantendo il numero delle uova: da 12 diventarono 24, poi 28. La seconda “stravaganza” ebbe per teatro la Roma-Napoli del Giro 1927. La vinse dopo una furibonda e interminabile volata e all’Arenaccia, per far vedere che aveva ancora fiato nei polmoni, prese il posto del trombettista della banda che salutava l’arrivo dei corridori esibendosi in una notevole performance. Era bravo anche lì: dall’età di 12 anni suonava la cornetta nella fanfara di Cittiglio. 

La terza uscita estemporanea del “grande antipatico” fu al Giro del 1933. A quei tempi la sua fama di re della montagna era in qualche modo messa in discussione da alcuni astri emergenti, come il francese Renè Vietto o lo spagnolo Vicente Trueba. Il quale, essendo piccolo e grimpeur irrequieto, era chiamato “la pulce di Torrelavega”. Ebbene, un giorno Trueba ebbe l’idea infelice di scommettere che sui monti del Giro sarebbe riuscito a togliersi dalla ruota “il grande Binda”. E l’Alfredo, che a quel punto aveva già vinto tre campionati del mondo e detestava gli sbruffoni, consumò la sua vendetta sul Tonale: attese che lo spagnolo scattasse, si lasciò staccare, si fermò sul ciglio della strada guardando il panorama come un qualsiasi turista, poi quando giudicò che la “pulce” avesse preso il giusto vantaggio, partì alla riscossa, lo raggiunse e lo lasciò. Binda vinse anche quel Giro, Trueba si piazzò 43° con un distacco di 1h35’50” (ciò che guadagnava in salita lo perdeva in discesa con gli interessi), preceduto anche da Albino Binda che di Alfredo era uno dei 14 fratelli. 
Uno dei più forti corridori mai apparsi sulle strade, questo Binda. Un cuore da 50 colpi al minuto e gambe potentissime: ancora pochi anni prima di morire sarebbe andato a sciare sul Tonale. A queste doti fisiche naturali aggiungeva di suo una ferrea disciplina, essendo cresciuto nel mito del “mens sana in corpore sano” riesumato dal regime. Lui non fumava, non beveva, non si concedeva a intrugli o pasticche. Soprattutto teneva lontane le femmine (si sarebbe sposato solo a cinquant’anni, e con una ragazza di 23). Preparava le sue gesta con scrupolo maniacale. In corsa schivava buche e sassi per non forare e per non rovinare la bici, in gruppo si metteva solo dietro una ruota amica per evitare sorprese. La sua andatura era quanto di più lineare si potesse vedere: la ruota posteriore percorreva esattamente il solco di quella anteriore. E i suoi piani tattici erano perfetti: studiava il percorso su una cartina del Touring che teneva nel taschino superiore della maglia, fissava un punto e lì attaccava quasi sempre staccando gli avversari. 

 Così fu per esempio in occasione del primo mondiale, nel 1927. Si correva ad Adenau sul circuito automobilistico del Nürburgring, il percorso faceva una deviazione per inserire una salita con pendenze al 18 per cento. Lì decise che avrebbe stroncato tutti. E questo avvenne. La nazionale tricolore era composta da Girardengo (ormai 34enne), Piemontesi, Belloni e Binda. Rimasero loro quattro al comando a pochi giri dalla fine, poi all’ultima tornata l’Alfredo partì su quella rampa micidiale. Arrivò solo, con 7’15” sul Gira, l’unico oltre a Binda a non aver messo piede a terra sull’ultima salita, quasi 11’ su Piemontesi, undici e mezzo su Belloni e fu un trionfo del ciclismo italiano che inorgoglì il regime. Lo fecero Cavaliere della Corona, gli suonarono la Marcia Reale e Giovinezza per questo e per gli altri due Mondiali vinti a Liegi nel 1930 e a Roma nel 1932: imprese che consolidarono Binda come simbolo dell’Italia anni Trenta, petto in fuori e testa alta. Ciò che rappresentava però anche enormi responsabilità.
Binda era il più un degno esponente di un’era in cui lo sport svolgeva un ruolo fondamentale per l’immagine del regime. Nessuno dei campioni, per quanto grande e famoso fosse, poteva sgarrare. Era il tempo in cui i giornali ricevevano dal Minculpup l’ordine di “non pubblicare foto di Carnera a terra” quando il gigante di Sequals fu battuto da Joe Louis. Quando nel 1932 Binda prenderà parte al GP delle Nazioni a Parigi ritirandosi dopo 76 km, verrà squalificato per un mese dalla federazione italiana per “scarso impegno”, per aver macchiato il nome della patria. E già quattro anni prima, nel campionato del mondo, lui e Girardengo erano stati squalificati per 6 mesi (poi condonati) per lo stesso motivo: avevano passato il tempo a controllarsi lasciando via libera al belga Ronsse, esattamente come avrebbero fatto vent’anni dopo Coppi e Bartali a Valkenburg. “Un monito a tutti gli sportivi che si battono e si batteranno in terra straniera”, fu definita quella squalifica.
A parte i Mondiali di Adenau e di Liegi e le annuali riunioni in pista a New York e Chicago, in terra straniera Binda correva poco. Una sola volta Binda provò il Tour, là mandato dal regime per propagandare  le virtù atletiche della razza italica. Non lo finì né vi tornò mai più. Più avanti avrebbe confidato: “Me ne sono innamorato tardi, e mi dispiace…”. Un Tour straordinario, quello del 1930. Per la prima volta ci sono le squadre nazionali, la radiocronaca diretta e la carovana pubblicitaria. Binda parte per vincere anche se Guerra ha le stesse ambizioni. La “locomotiva umana” alla seconda tappa è già maglia gialla e il varesino deve fare i conti con il gioco di squadra. Per di più alla settima tappa, la Bordeaux-Hendaye dopo una sessantina di chilometri è coinvolto in una caduta da cui esce con una caviglia gonfia, la pedaliera rovinata e un’ora di ritardo in classifica. Vorrebbe ritirarsi ma l’orgoglio è grande. La rivincita arriva subito: vince in volata la Hendaye-Pau: e il giorno successivo, nella Pau-Luchon con l’Aubisque e il Tourmalet, surclassa tutti arrivando da solo dopo aver tentato di salvare Guerra dagli assalti dei francesi e di Trueba, la famosa pulce. Quel giorno Guerra cederà la maglia gialla a Leducq, che poi vincerà il Tour davanti al mantovano. Per Binda ogni residua speranza svanirà quando nella successiva Luchon-Perpignano avrà un guaio alla sella: messo piede a terra, perso un quarto d’ora per la riparazione, non risalirà più in bici.
Dopo quella disavventura, Binda non frequenterà più le corse straniere se non raramente e solo perché attirato da ingaggi stratosferici. Vinse l’ultima corsa nel 1933 poi tirò avanti senza sussulti fino alla primavera del 1936 quando alla Sanremo cadde e si ruppe un femore. Aveva 34 anni, era appena sorto ufficialmente l’Impero italiano. E la stella di un altro grande: Gino Bartali.