Visualizzazione post con etichetta AMARCORD. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AMARCORD. Mostra tutti i post

lunedì 25 novembre 2013

AMARCORD - Anthony Quinn


In redazione, a “Stadio”, passavano sempre personaggi famosi, non necessariamente dello sport. Non ricordo perché arrivassero o chi li portasse lì e se fossero davvero interessati a quello che veniva loro mostrato, dalla redazione alla tipografia. Forse perché “Stadio” nel suo piccolo era davanti agli altri per tecnologia (fu il secondo giornale ad adottare l’offset, una nuova tecnica di stampa, dopo il Messaggero Veneto, e il primo a pubblicare foto a colori) e quindi era interessante da scoprire. Una volta venne Nicola Di Bari, il cantante. Un’altra volta arrivò Anthony Quinn, il grandissimo Antony Quinn di Zorba il greco e di tanti altri film. Forse era il 1976. Aveva una sessantina d'anni, messicano di nascita parlava bene l'italiano per aver lavorato molto a Cinecittà. Di lui mi ricordo bene, perché pareva davvero interessato a quello che vedeva. Faceva domande e questo mi sembrò essere indice di sincerità. Voleva sapere come nasceva il giornale e come veniva realizzato, come veniva impaginato. C’è una foto, che mostro come testimonianza di quel che dico: è davanti a una pagina in via di esecuzione, si rivolge a me (quello con le mani in tasca di fronte a lui; al centro della foto c'è Adalberto Bortolotti, che era direttore di "Stadio", grandissimo giornalista) per sapere il perché della disposizione degli articoli e conoscere il seguito del processo di realizzazione del giornale. Dopo andammo al bar e lui continuò a fare domande. Un tipo cordiale, aperto, curioso e quindi intelligente. Sono felice di averlo conosciuto.

sabato 19 ottobre 2013

AMARCORD - Le folli notti al Guerino


Una delle più interessanti iniziative del “Guerin Sportivo” nella sua storia centenaria è stato il “Film del Campionato”: l’aveva ideato Italo Cucci, direttore, a metà degli anni 70. Ogni settimana 16 pagine del giornale venivano riservate a foto, tabellini e disegni (di Paolo Samarelli) relativi alla precedente domenica di campionato, che poi i lettori raccoglievano e conservavano per rilegarle a fine stagione in modo da avere in mano il riassunto dell’intera annata calcistica. Nel 1987 Marino Bartoletti perfezionò l’idea: il Film del campionato veniva pubblicato la domenica stessa delle partite. E questa fu un’avventura straordinaria. Allora non c’erano le foto digitali né internet per trasmetterle in redazione.

 Ogni domenica il Guerino spediva uno o due fotografi sui campi della Serie A. Il problema nasceva quando si trattava di fare arrivare le foto a Bologna in tempo utile - cioè entro le 11 di sera - per sviluppare le pellicole, selezionare le immagini e impaginare. Qui entrava in scena la fantasia, l’incoscienza, lo spirito di sacrificio di quei folli fotografi. C’era qualcuno come il “magico” Guido Zucchi o il “pazzo” Bellini che erano capaci di mettersi in macchina a Lecce e arrivare a Bologna in meno di 5 ore. C’era qualcun altro, come Paolo Cassella, che dopo aver fatto la partita della Roma o della Lazio, si precipitava ad un punto convenuto per raccattare i rullini che arrivavano da Cagliari o da Bari per poi correre all’aeroporto o alla stazione e imbarcarli su un aereo o un treno. Capozzi, da Napoli, se per un ingorgo perdeva la possibilità di consegnare le sue foto, inforcava la macchina e ce le portava fino in redazione. Calderoni, quando batteva i campi del nord, si fermava al casello di Piacenza ad aspettare le foto che arrivano da Genova o da Bergamo.; aspettava impassibile, non perdeva mai la calma se qualcuno accusava pesanti ritardi. Tutto questo con sole o pioggia, neve o nebbia. Dietro a tutto ciò c’era un incredibile lavoro di coordinamento affidato a Maurizio Borsari, la cui fantasia non conosceva limiti. A volte il recupero delle fotografie avveniva attraverso le vie più inimmaginabili. Da Bari capitava che ce le portasse il mediano Angelo Colombo, che ogni domenica sera tornava a Milano e a Bologna aspettava al casello un nostro fattorino; oppure lo stesso mister Salvemini, che dopo la partita tornava in famiglia a Reggio Emilia. Le foto della Samp spesso le dovevamo alla cortesia di Pari, quelle della Juve a una tifosissima bianconera che abitava a San Lazzaro, la Rosa. Spesso entravano in gioco anche arbitri, capotreni, piloti di aerei: tutti straordinariamente disponibili e mobilitati per fare arrivare in tempo al Guerino le immagini delle partite. E spesso accadevano episodi curiosi. Una volta a Roma il mitico Cassella aveva perso l’aereo. Si precipitò in stazione. Fermò il primo passeggero “affidabile” in partenza per Bologna e gli chiese se poteva portare un pacchetto di rullini. Il passeggero era un prete. Si mise a strillare come un’aquila, chiamò la Polfer urlando che uno sconosciuto voleva appioppargli, forse, una bomba. Cassella solo dopo un’ora riuscì a chiarire l’equivoco. Le foto, quella volta, arrivarono con grandissimo ritardo. Ma arrivarono.

Una volta giunte in redazione le pellicole venivano portare allo sviluppo presso il laboratorio di Franco Villani, distante una decina di km dal Guerino. Poi Villani portava le diapositive in redazione e il direttore e i suoi più fidati collaboratori sceglievano le migliori per impaginarle assieme ai disegni di Samarelli che intanto erano arrivati via fax. A raccontarla così oggi sembra una follia. Forse lo era. Ma quando alle 5 di mattina te ne tornavi a casa per andare a letto, ti sentivi di aver “creato” qualcosa di importante. Per te e per i lettori.




venerdì 18 ottobre 2013

AMARCORD - Quei giorni a Grado, da Nico


 Negli anni 70 i calciatori non andavano in vacanza ai Caraibi, alle Maldive o a Ibiza (che allora nessuno conosceva). Andavano invece a Rimini o Viareggio dopo essere stati una settimana a Grado, in provincia di Gorizia. Lì, e a Lignano, facevano le cure termali. A me, giovane redattore di “Stadio”, era toccato il compito di fare “le interviste estive”, a luglio. Ci andai per parecchi anni di seguito (270 km con la 500 di mio padre, non si arrivava mai), e a lungo andare la cosa anziché annoiarmi divenne divertente. I calciatori in vacanza frequentavano la modesta locanda di Nico, "Alla fortuna", che nel 2010 è stata tirata a nuovo e chiamata “Nico – Antica Trattoria Alla Fortuna”. Nessuno rifiutava dieci minuti di chiacchiere rilassanti, che io poi spalmavo su una pagina intera, condita con inedite foto a colori. Ad un certo punto divenni così "di famiglia" che non occorreva più che andassi a cercare i calciatori: venivano loro da me, che stavo seduto a un tavolino, magari convocati da Nico stesso: Fai un salto qui che c’è Facchinetti…. In quel periodo mi feci tutti i giocatori più popolari: Gigi Riva era in apparenza sempre riservato e serioso, ma una sera spalmò del burro sulla schiena di un collega; Fabio Capello, bellissimo, si teneva i baffetti e amava scorrazzare sulla spiaggia con una “dune buggy”; Marcello Lippi, gentile ed elegante, la prima volta gli andai a parlare al “Sans Souci”, un localino dove si faceva musica. Le mie interviste divennero così popolari che Nico tappezzò le pareti della sua locanda con le mie pagine di “Stadio”. Colto da un soprassalto di nostalgia, alcuni anni fa con mia moglie sono tornato a Grado: sempre bellissima ma tutto cambiato, parcheggi intasati di auto, nessun calciatore in giro. E la locanda di Nico trasformata in maniera irriconoscibile, bellissima ma non più la “mia” locanda. Non bisognerebbe mai guardarsi indietro…

giovedì 17 ottobre 2013

AMARCORD - La Comaneci al pianoforte

Duilio Fenara era un procuratore sportivo, svolgeva il suo lavoro soprattutto con i pugili ma frequentava ogni branca dell’attività sportiva. A metà degli anni 70, stanco di girare il mondo, aveva acquistato alla periferia di San Lazzaro di Savena una vecchia casa da contadini con annesso fienile. L’aveva scelto proprio bene, il posto dove riposarsi. Era un posto magico, situato in mezzo alla campagna bolognese, là dove gli ultimi contrafforti dell’Appennino tosco-emiliano si fondono con la pianura. Di fianco alla casa, un laghetto artificiale scavato fra pini, abeti e querce. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata che con un ponte scavalcava il torrente Zena e  che finiva lì. Era la pace assoluta. Anni dopo anche Gianni Morandi sarebbe andato a vivere da quelle parti, poche centinaia di metri distante dalla casa di Fenara. Comprandosi e ristrutturando un’antica ed enorme casa e, per stare tranquillo, anche la collina che la sovrastava. Detto per inciso, dietro quella collina, c'è la villa di Alberto Tomba. Ma prima di Morandi c’ero andato io, a un chilometro dallo “Chalet del Lago”: così Fenara aveva chiamato la sua casa dopo averla trasformata in locanda. Quella locanda era diventata in poco tempo il ritrovo di appassionati di sport, ti capitava ad esempio di incontrare Amaduzzi, il manager di Nino Benvenuti, o qualche giocatore del Bologna. Era un traffico continuo di vecchie e nuove glorie sportive. Anche perché poco distante c’era la trattoria di Romano, presidente del San Lazzaro Calcio, e dunque altro polo d’attrazione. Cominciai a frequentare la locanda di Fenara quando ancora non abitavo lì. Sua moglie faceva dei tortellini da fine del mondo e un risotto ai funghi da sballo: ci andavo con moglie e figlio piccolo quando sentivo il bisogno di una mezza giornata di completo relax. Un giorno del 1977 Duilio mi chiamò e mi disse che avrebbe ospitato nel suo Chalet la Nazionale di ginnastica della Romania, mi interessava? Mo sorbole se mi interessava! C’era la grande Nadia Comaneci, fresca dei trionfi delle Olimpiadi di Montreal dove aveva vinto 3 medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo. Miglior posto per stare in pace e lontana dai clamori della stampa non avrebbe potuto trovare. Passai un pomeriggio intero con la giovane Nadia (aveva 15 anni), le feci una lunghissima intervista esclusiva pubblicata il giorno dopo su “Stadio”, soprattutto la scoprii come bambina “libera”, per qualche ora spogliata della sua fama. Correva sul prato attorno al lago, suonava il pianoforte che era piazzato appena dopo l’entrata, rideva e scherzava con le compagne. Anni dopo Fenara se ne andò da lì, col figlio musicista aveva aperto una osteria da un’altra parte, in una via trafficatissima. Lo Chalet del Lago passò di mano in mano ma nessuno seppe attirare tanta gente come lui. E così chiuse. Quella vecchia casa da contadini è oggi un condominio, il laghetto è mezzo prosciugato e non ci si può avvicinare perché un enorme cancello di ferro ti sbarra il passaggio. Adesso, quando faccio la mia camminata quotidiana, mi fermo lì davanti e mi viene da pensare all’amico Duilio, ai tortellini di sua moglie, alle mani di Nadia sulla tastiera.

AMARCORD - Da Cesari con gli arbitri


Nei vicoli del centro storico di Bologna esistono diverse osterie antichissime e cariche di suggestioni. La più vecchia è l’Osteria del Sole, che risale al 1465. Famosissima è l’Osteria de’ Poeti, aperta nel 1600 nelle cantine del Palazzo Senatorio (costruito nel 1400) e cosiddetta perché frequentata da Pascoli e Carducci. Poi c’è l’osteria Da Cesàri. La domenica sera, dopo la “chiusura” del giornale alle 23, noi giornalisti partivamo per una avventura irrinunciabile: andare da Cesàri. Esiste dai primi del 900 e nel 1955 era diventata di proprietà di Ilario, un omone gioviale e allegro. A destra c’era un bancone lunghissimo e scaffali pieni di bottiglie di vino. A sinistra i tavolini per sedersi a mangiare tortellini, tortelloni, tagliatelle accompagnati da un micidiale Sangiovese fatto dal titolare. Entravi e venivi subito travolto dal fitto chiacchiericcio dei commensali e dall’odore acre di vino. Allora lavoravo a “Stadio”, quotidiano sportivo bolognese. Ad andare da Cesàri eravamo soprattutto noi giornalisti del calcio, poi tanti appassionati di sport, fra cui Lucio Dalla. E per un preciso motivo. Lì arrivavano puntualmente gli arbitri che tornavano a casa dopo aver diretto le rispettive partite: arbitri della città o che dal nord scendevano verso il sud. Ricordo il nostro Reggiani, e Monti di Ancona. Anche per loro quella tappa era diventata obbligatoria. Fra una cucchiaiata e l’altra di tortellini ci si scambiava opinioni su quanto accaduto in campionato, le confidenze restavano tali e nessuno si sognava di usarle per articoli del giorno dopo. Verso mezzanotte arrivava un usciere del giornale che portava alcune decine di copie di “Stadio”. “Stadio” intanto era già in viaggio verso il sud su un treno divenuto leggenda: il famoso LB delle 23 e 35. Famoso perché l’orario di partenza da Bologna era fissato non dalle Ferrovie dello Stato ma dall’uscita di “Stadio”: non si metteva in moto se non erano state caricate le copie del giornale destinate al sud. Il tutto, ovviamente, con la complicità dei capotreni che poi per Natale ricevevano un orologio in cambio della loro elasticità.
Da Cesàri, con le copie del giornale in mano, giornalisti e arbitri si facevano improvvisamente silenziosi, tutti a sfogliare le pagine. E dopo di nuovo a commentarle assieme, soprattutto le “pagelle” delle partite: se era presente un arbitro che magari si era beccato un 4, allora ci si metteva a discutere, lui si difendeva spiegando quelli che parevano suoi errori e noi ad ascoltarlo e magari ad assolverlo. Era un bel modo di vivere il giornalismo. Per la cronaca, adesso da Cesàri comanda Paolino, figlio di Ilario: Paolino per modo di dire, è grosso come il padre.

martedì 1 ottobre 2013

AMARCORD - Il "mio" Stadio

Ho cominciato a fare il giornalista nel 1968, con una scrivania a "Stadio", quotidiano sportivo di Bologna nato nel 1945. Prima, per sette anni avevo collaborato per diverse altre testate, cercando invano un posto fisso di lavoro. Pensavo che il mio sogno non si sarebbe mai realizzato fino al giorno in cui ricevetti una telefonata da Foresti, segretario di redazione, che mi parlava a nome del direttore Luigi Chierici. Chierici l'avevo intervistato alcuni anni prima per la mia tesi sulla "Stampa sportiva in Italia" e lì gli avevo manifestato il mio sogno (per la cronaca non mi sono mai laureato, con grande delusione di mio padre camionista: ero troppo impegnato a trasformare la tesi in un libro, il mio primo libro, anno 1966). Ebbene Chierici mi chiese di entrare nel suo giornale. Giornalista praticante, poi professionista, poi caposervizio, poi caporedattore: esperienza esaltante. Di cui mi piace raccontare due episodi: la fusione con "Il Corriere dello Sport" e la nascita degli "Stadio", gruppo musicale lanciato da Lucio Dalla. 
L’11 SETTEMBRE DI STADIO - Metà anni Settanta. “Gazzetta dello Sport” e “Corriere dello Sport” si erano potenziati più di quanto avesse potuto fare “Stadio”, fratello minore degli altri giornali del Gruppo Monti, e si erano lanciati alla conquista dei territori del quotidiano bolognese, schiacciato fra Roma e Milano. Nella primavera del 1977 cominciò a circolare la voce che “Stadio” sarebbe stato venduto. Il proprietario, il petroliere Monti, stava ridimensionando le sue ambizioni editoriali e cominciava a «tagliare», com’era naturale, dal quotidiano sportivo. “Stadio” fu venduto per poche lire (e un lucroso contratto di stampa con la Poligrafici Editoriale) a Francesco Amodei, editore di Roma, che lo unì al proprio “Corriere dello Sport”, lanciatissimo sotto l’impulso di direttori come Antonio Ghirelli prima e Giorgio Tosatti poi. In passato c’erano già stati esempi di fusioni di giornali: “La Notte” e il “Corriere Lombardo”, “Il Sole” e “24 Ore”. Questa era la prima volta in campo sportivo (se si esclude la fusione fra "Il Ciclista" di Milano e "La Tripletta" di Torino che diedero vita alla Gazzetta nel 1896). Il “Corriere dello Sport” aveva il dominio nel Centro-sud, “Stadio” se la cavava bene al centro nord. L’idea era quella di fare un giornale nazionale senza snaturare le caratteristiche tradizionali delle due testate e velocizzare – attraverso la stampa a Bologna – la distribuzione delle copie al nord (tre mesi dopo la “Gazzetta dello Sport” avrebbe aperto a Napoli un centro stampa per aggredire il sud). In pratica però “Stadio” veniva fagocitato dal “Corriere”. Scompariva un giornale storico, 32 anni di vita autonoma.
La redazione cercò di ribellarsi a quell’operazione, ma non trovò alcuna solidarietà nei sindacati di categoria, a quei tempi adusi a proclamare scioperi quasi solo per chiedere aumenti di stipendio. Qualche anno prima, quando Monti aveva chiuso “Il Tirreno”, i redattori di “Stadio” erano stati gli unici a scioperare, nemmeno il comitato di redazione del “Carlino” aveva ritenuto opportuno muoversi. Nel momento in cui l’autonomia del loro giornale veniva minata, si aspettavano una reazione dai colleghi. Invece niente. Va detto comunque che nessuno fu licenziato. Alcuni redattori accettarono di andare a Roma, altri passarono al “Resto del Carlino”.
Dalla «fusione» scaturì un giornale anomalo, fatto di una parte nazionale comune e di una parte locale indipendente, una prima pagina totalmente diversa (anche perché “Stadio” disponeva del colore e il “Corriere” no), interventi locali sulle pagine nazionali, con la doppia testata “Stadio-Corriere dello Sport” sovrapposta una all’altra ed evidenziata in verde o rosso a seconda della tradizionale zona di influenza. Direttore era Tosatti, con Adalberto Bortolotti vicedirettore. Io ero il caporedattore a Bologna.
Il primo numero di questo quotidiano fatto di due giornali in uno, di due redazioni e di due tipografie piazzate in due città diverse, di pagine teletrasmesse, di fax, fu confezionato il 10 settembre e apparve in edicola domenica 11, giorno d’apertura del campionato di calcio. A Bologna erano state composte una pagina di serie A, una di B, una di semipro, l’ultima, quella delle "girate" dalla prima e pezzi vari da sostituire a quelli romani. Diversa anche la prima pagina, anzi, quella parte che avrebbe dovuto integrare la «prima» del “Corriere”: dove ad esempio il “Corriere” aveva messo il titolo e l’inizio di un pezzo sulla Roma, sulla Lazio o sul Napoli, “Stadio” aveva preparato un titolo e un pezzo sul Bologna o sul Modena. Questo, dopo laboriosi accordi telefonici o via fax con gli impaginatori romani sulle misure da rispettare. Un lavoro terribilmente complicato. Le pagine venivano teletrasmesse da Roma a Bologna, uscivano in pellicola, ogni pagina impiegava circa due minuti e mezzo ad uscire. Quel 10 settembre il “Corriere dello Sport-Stadio” era composto di 20 pagine, l’operazione durò un’oretta. La pellicola veniva poi «sviluppata» e su di essa si procedeva ad un certosino lavoro di taglia e incolla per la sostituzione dei pezzi e dei titoli. Un evento, quel primo numero, al quale partecipò da spettatore il giovanissimo Roberto Amodei, figlio dell’editore, designato dal padre a sovrintendere all’operazione. Non era stata fatta alcuna prova, alcun numero zero. Andò tutto bene, salvo qualche misura sballata di pochi millimetri e subito aggiustata col cuore in gola. Le pagine passarono alla lastratura e quindi alla rotativa. Quando uscirono le prime copie, fu stappato lo spumante. Personalmente avevo un groppo in gola.
Un’avventura per certi versi esaltante, fare un giornale in questo modo. Ma faticosa e sofferta: la redazione bolognese di “Stadio” si sentiva colonizzata, sottostimata. Non mancarono gesti di rabbia o di ribellione: di uno in particolare fui responsabile io. Fu quando Maradona passò dal Boca Juniors al Barcellona per 10 milioni. La notizia Ansa arrivò la sera verso le 22.30, ora di chiusura di “Stadio”. La feci mettere in prima pagina al posto di una foto un minuto prima di andare in stampa, “dimenticandomi” perversamente di sentire se il “Corriere” aveva visto la notizia. “Stadio” paradossalmente diede un “buco” al “Corriere”. Il giorno dopo dovetti subire la giusta reprimenda del direttore Tosatti il quale - seppi - fece anche un cazziatone alla sua redazione. Il tempo avrebbe cancellato la ferita. L’avrebbe rimarginata soprattutto una constatazione: che per la gente di qui il giornale era sempre e solo “Stadio”. 


 L'OMAGGIO DI LUCIO DALLA - A dare testimonianza di questo sentimento affettivo fu Lucio Dalla, tre anni dopo. Appassionato di sport, tifoso del Bologna e della Virtus basket, una mattina dell’estate 1980 telefonò in redazione a Bologna (toccò a me il piacere di parlargli). Disse che stava fondando un nuovo gruppo musicale e che avrebbe voluto chiamarlo «gli Stadio» e avrebbe anche voluto mettere sul primo disco il carattere originale della testata. Spiegò che per i bolognesi “Stadio” era una cosa irrinunciabile, che bisognava farlo vivere con questo nome e che per questo voleva imprimerlo in modo indelebile nella mente dei ragazzi. Perché non dimenticassero mai che cosa era stato ed era “Stadio”, che cosa avesse significato e significasse per gli sportivi della città. Permesso accordato, ovviamente, dal nuovo editore. Uscì un LP (foto qui sotto) col nome “Stadio” scritto grande così e la musica degli «Stadio» entrò in tutte le case. Fu un successo tale che appena un anno dopo Carlo Verdone li avrebbe chiamati per commissionargli la colonna sonora di «Borotalco»: uscì anche il 45 giri (foto sopra) e sulla copertina del disco c’era scritto «Stadio» grande come la testata del giornale, con la sola variante di una nota musicale al posto del puntino sulla «i». Per la storia, gli «Stadio» cantano ancora, in giro qua e là. E sempre per la storia, Roberto Amodei (devo dire, un gran signore per davvero) avrebbe poi comprato anche "Tuttosport" e poi la Conti Editore (nel 1994) con "Autosprint", "Motosprint" e il "Guerin Sportivo" dove io grazie a Italo Cucci e ad Adalberto Bortolotti mi ero trasferito 12 anni prima, non sopportando più la convivenza col Corriere dello Sport.