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lunedì 13 gennaio 2014

LE MIE PASSIONI - I tortellini


Sfido chiunque a trovare un cibo straordinario come i tortellini bolognesi-modenesi. Ovviamente parlo di quelli fatti in casa, a mano, non di quelli preconfezionati e insacchettati. Straordinari non solo per il sapore ma anche per l’estetica e l’odore: prima di mettere in bocca un tortellino bisogna annusarlo, assumerne gli aromi, osservarlo nella sua inusuale fattezza; e dopo lo si deve masticare lentamente per meglio gustarne il sapore: è pasta all'uovo tirata sottile e ripiena di un misto di lombo di maiale, prosciutto crudo, mortadella di Bologna, parmigiano-reggiano (stagionato almeno tre anni), uova di gallina, noce moscata. 
Va mangiato rigorosamente in brodo di cappone o di gallina, ma è ugualmente gustoso anche al ragù o con la panna anche se questi condimenti penalizzano il ripieno. Mai cuocere i tortellini nell’acqua: se ne disperderebbe il sapore. La ricetta originale è stata depositata quarant'anni fa, il 7 dicembre 1974, con atto notarile presso la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bologna dalla Dotta Confraternita del Tortellino e dalla delegazione di Bologna della Accademia Italiana della Cucina. Bologna e Modena se ne contendono la primogenitura, ma solo per un fatto amministrativo. Pare che il tortellino sia nato a Castelfranco Emilia, che fino al 1929 era in provincia di Bologna mentre oggi è sotto Modena. Per rivendicare il proprio diritto ad essere considerata patria di questa prelibatezza, la cittadina emiliana nel 2006 ha inaugurato un monumento, opera di Giovanni Ferrari di Pavullo del Frignano. 
E’ in bronzo patinato, cemento e travertino e raffigura ciò che racconta la leggenda sulla nascita del prezioso e insolito alimento: durante una delle storiche scaramucce fra Modena e Bologna, Bacco, Marte e Venere si fermarono a riposare alla locanda Corona di Castelfranco; la mattina successiva i primi due se ne andarono lasciando Venere ancora addormentata. Il proprietario della locanda, che era stato colpito dalla bellezza di Venere, non seppe resistere alla tentazione e sbirciò nella camera della dea attraverso il buco della serratura; ciò che vide lo folgorò: l’ombelico di Venere era qualcosa di unico. Ad esso si ispirò: corse in cucina e preparò quadrettini di pasta (oggi rigorosamente di 2-3 cm di lato) riempiendoli di ciò che aveva a portata di mano e modellandoli in modo di dare alla pasta quel rigonfiamento necessario a ben raffigurare l’ombelico di Venere. 
Il monumento di Castelfranco mostra proprio la sbirciata del locandiere a una discinta Venere. Di tortellini si parla dalla metà del 1600 e la parola deriva da “tortello”, una specie di piccola “torta” preparata con gli avanzi della cucina. Oggi è ben altra cosa, una prelibatezza sopraffina. Che si mangia solo dalle mie parti. A dire la verità, una volta ho mangiato tortellini eccellenti fuori di qui, è stato a Goteborg, in Svezia, nella trattoria di tale Tina. Chissà se era bolognese o modenese….


giovedì 26 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - Il vino


Il vino è stato scoperto casualmente nel neolitico, circa 10.000 anni fa, quando gli uomini che deponevano l’uva in certi contenitori per conservarla capirono che dalla fermentazione naturale era nato qualcosa di sublime. La Genesi attribuì a Noè l’invenzione del processo di lavorazione del vino e Gesù Cristo lo scelse come specie sotto cui celare il suo sangue. Oggi chi celebra la Messa beve un sorso di vino. Vin Santo, naturalmente. Durante l’Impero Romano divenne bevanda quotidiana. E tale è stata per lunghissimo tempo, nella civiltà contadina. Oggi i giovani che bevono birra, coca e altri intrugli non sanno che cosa si perdono, non sanno che rinnegano un pezzo di storia dell’umanità. 

Visitare una cantina antica piena di botti è fare un viaggio nella cultura. E' un luogo mistico, le voci rimbalzano opache fra le pareti di pietra e il legno robusto dei tini. Profumi, aromi. E' un'atmosfera quasi religiosa. Io sono nato in campagna, dove le osterie erano il luogo di ritrovo degli uomini dopo una giornata di duro lavoro: entravi e gustavi l’odore inebriante del vino assieme a quello del bancone di rovere e all’allegria dei clienti, veniva portato sui tavoli in contenitori da un litro, mezzo litro e un  quartino. Nelle case, a tavola, non mancava mai la caraffa di vino, bianco o rosso che fosse.
L’Italia è tutta un vitigno, è il maggior produttore mondiale di uva con quasi 90.000 quintali l’anno: dal Piemonte al Friuli, dalla Toscana alla Puglia, dalla Sicilia alla Sardegna ci sono vigne. Che danno vini dolci e secchi, frizzanti e stagionati, bianchi, rossi, rosati, passiti. Da qualche anno è entrato in produzione il Vino Novello, fatto con l’ultimo raccolto. Tutti rigorosamente racchiusi in bottiglie di vetro con tappo di sughero: è un parere personalissimo, ma considero il vino in scatola che si vende oggi uno sgarbo alla cultura. Aprire una bottiglia fino a 1966 non era facile: il cavatappi era costituito da una vite che si infilava nel sughero per estrarlo poi a forza di braccia, tenendo magari la bottiglia fra le ginocchia. La cosa divenne molto più semplice il giorno in cui, feritosi ad una mano in questa operazione, un genio della meccanica inventò il cavatappi a leva: quello che avvolge il collo della bottiglia con una campana mentre una vite si inserisce nel turacciolo. La semplice pressione di una mano aziona due leve e porta a termine l'operazione. Sapete chi era questo genio? Tullio Campagnolo, quello del cambio delle biciclette! Il quale avrebbe inventato anche lo schiaccianoci.
I nostri vini più famosi nel mondo sono il Brunello di Montalcino e il Vino Nobile di Montepulciano che vengono dalla Toscana, patria anche del Chianti. Personalmente non ne sono mai andato matto, troppo forti. Il mondo è suggestionato da questi nomi ormai leggendari e li acquista anche solo per esibirli agli amici.
Non sono da meno dei toscani i vini piemontesi Barbera e Nebiolo; i veneti Bardolino, Teroldego, Recioto, Pinot, Cabernet; il Marsala siciliano, il Moscato del meridione, il Cannonau della Sardegna, i vini dei Castelli romani, il Tocai friulano. In Emilia-Romagna abbiamo il Sangiovese, l’Albana, il Trebbiano, i frizzanti Lambrusco e Pignoletto. I buongustai a tavola si permettono un vino diverso per ogni tipo di portata ed è un delirio del gusto: bianco leggero con la pasta, bianco secco per il pesce, rosso robusto con la carne. Magari alla fine del pasto si possono intingere i tarallucci in un bicchiere di frizzantino. Bere il vino è un'arte. Innanzitutto bisogna scegliere il tipo di bicchiere adatto: quelli col calice grande e panciuto, oltre a facilitare il mivimento di roteazione per ossigenare il vino, consentono di cogliere appieno il profumo del vino rosso. I vini liquorosi vanno versati in calici che si restringono verso l'alto per conservare meglio gli aromi. Il vino va poi annusato, osservato, preso a piccoli sorsi, degustato in bocca, ingerito con calma e sapienza. Quello rosso va aperto un'ora prima, quello bianco subito prima di berlo, quello frizzante o spumante deve essere freddo. Le bottiglie vanno sistemate in appositi scaffali in un luogo fresco ma asciutto, poste orizzontalmente o leggermente inclinate verso l'alto. Ogni tanto è bene girarle per muoverne il contenuto. Un rito.
In assoluto il vino più prezioso e quasi introvabile, la gemma dell’enologia Italia, è il Picolit, un vino dolce prodotto solo su alcuni colli udinesi e goriziani. Prezioso perché ricavato da grappoli che hanno soltanto 10-15 acini dorati (foto sotto): se ne producono 5.000 ettolitri l’anno. Costa una piccola fortuna, ma se lo trovate vale la pena portarselo a casa. E' assoltamente divino. Meno conosciuto ma non meno delizioso è lo Schioppettino, dolce anche lui, della Venezia Giulia. 

E a proposito di vini dolci non va dimenticato lo stupefacente Vin  Santo di Sant’Angelo in Vado, nelle Marche, che è anche la patria del tartufo bianco. Di vino ormai ne bevo pochissimo, un piccolo bicchiere ogni tanto. Ma nella taverna di casa mia ho sistemato in bella vista una piccola collezione di bottiglie mai aperte e per me preziose: ho un Taurasi (da Avellino) del 1969, un Cabernet del 1985, un Moscato di La Geria preso a Lanzarote (Canarie) dove la vite viene fatta crescere in buche a imbuto scavate nel terreno di origine vulcanica e coperte di cenere lavica. E ho vini con etichette speciali: uno per l’inizio del terzo millenio, una con sopra l’immagine di Carnera, uno con quella di Bottecchia. Li guardo con compiacimento. E con nostalgia. In vino veritas, si dice: è vero, perchè apre il cuore.

martedì 24 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - I laghi


Abitiamo in uno dei paesi più straordinari e vari della terra: è quello che vanta al mondo il maggior numero di siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Abbiamo 7.458 km di coste bagnate da 4 mari, 1.200 km di Alpi al nord e 1.500 km di Appennini che la percorrono trasversalmente, 69 laghi, 17 pianure, 78 isole senza contare quelle in mezzo ai laghi, 5 vulcani. Trasuda arte e storia e cultura. Come nessun altro paese ha la forma inusuale di una cosa concreta: uno stivale. Potremmo prendere a calci nel sedere tutto il mondo. Siccome però siamo diventati un popolo di cinici cialtroni senza vergogna stiamo distruggendo tutto questo o lo ignoriamo: meglio Ibiza che la Calabria, meglio Formentera che la Sicilia o la Puglia o la costa sorrentina. A me non piacciono troppo gli italiani di oggi, mi piace l’Italia. Soprattutto i laghi prealpini, perché uniscono acqua e montagna. Il mio preferito è il Lago d’Orta, vicino a Novara (foto sopra), originato dal ghiaccio del Sempione e separato dal Lago Maggiore dal Monte Mottarone. In mezzo c’è l’isola di San Giulio. Il tutto è un piccolo gioiello, salvato dal disastro nei primi anni 80. Nel 1926 cominciò a essere inquinato dagli scarichi venefici della crescente industrializzazione della zona. Dopo divenne invivibile. Solo più di mezzo secolo dopo si decise di salvarlo, purificandolo. 
Il Lago Maggiore (foto a sinistra) è uno spettacolo per il paesaggio e il clima: vi crescono limoni e ulivi. In mezzo c’è l’Isola Bella e mai nome fu più indicato per battezzare una meraviglia. Altre bellezze sono il Lago d’Iseo, il Lago di Como reso famoso dal Manzoni e il Garda che è il più grande lago italiano (foto sotto): qui Catullo stabilì la propria dimora in epoca romana, nel 1220 San Francesco vi fece costruire un monastero del proprio Ordine, Goethe vi soggiornò a lungo nel 1786, George Clooney la scelse come propria residenza italiana così come il campione del mondo di Formula 1 Sebastian Vettel. Ulivo e vite crescono frutti di gran gusto favoriti dal clima dolce. Sirmione, Desenzano, Peschiera, Malcesine, Lazise, Gardone (dove c’è il Vittoriale di D’Annunzio) sono le località più frequentate dai turisti. 
Una settimana sul Lago di Como ti fa scoprire cose straordinarie, due giornate sul Lago d’Orta ti regalano pace e serenità. Sul Lago di Garda ci resterei per sempre, sul Lago Maggiore non mi stancherei di visitare Villa Taranto, sede di un giardino botanico di incomparabile bellezza. Sul Lago d’Iseo (foto sotto) mi fermerei in Franciacorta a gustare il nostro spumante che niente ha da invidiare al celebre champagne. Sì, se potessi rifarei il giro di tutti i “miei” laghi. Andateci, voi che potete.

lunedì 23 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - Le Dolomiti


Da anni non ci posso più andare, perché sopra i 700 metri la pressione mi schizza pericolosamente in alto. Ma c’è stato un tempo, fin da ragazzo, in cui la montagna era la mia passione: Moena e Vigo di Fassa i miei luoghi preferiti: da lì puoi raggiungere i posti più stupefacenti, siano il Passo Pordoi o il Sella, il Lago di Misurina o di Auronzo, la Val Gadena o la val Pusteria. Per montagna intendo le Alpi orientali, le Dolomiti, dette anche i Monti Pallidi. Dal 2009 l’Unesco le ha proclamate patrimonio dell’umanità. Le Dolomiti propongono panorami mozzafiato, cime e valli si alternano senza soluzione di continuità esibendo fra cielo e abeti silenziosi leggende millenarie. Nacquero 250 milioni di anni fa innalzandosi lentamente dal mare, create dallo scontro fra la placca europea e quella africana. Ancora oggi si stanno elevando. E ancora oggi trovi conchiglie sulle cime. Dall’alto della Marmolada (foto sopra), a quota 3.343, ti riempi il cuore di una vista spettacolare: ci si arriva da Malga Ciapela, con tre balzi di funivia, e resti incantato a guardarti intorno con sereno stupore. Una volta arrivai fin sotto le Tre Cime di Lavaredo (foto sotto), con moglie e figlio: una camminata estenuante ma appagante, una vista stupefacente. 
Un giorno, ero un ragazzino, arrivai fino in cima al Plan de Corones, un panettone di origine vulcanica a 2.275 metri di quota sopra San Candido che è cuore dei ladini, illuminato da prati e fiori. Ricordo che vidi con stupore un prato condito di stelle alpine, una moltitudine mai vista. Oggi è vietato raccoglierle, ne sono rimaste poche. Il Gruppo del Catinaccio, che si specchia nel Lago di Carezza (foto sotto), è lo spettacolo più imperdibile. I tedeschi lo chiamano Rosengarten, il giardino delle rose, perché al tramonto si colora di rosa. 
A rendere magica quella montagna c’è una leggenda suggestiva. E’ quella di Laurino, Re dei Ladini, un popolo di nani che scavando nella roccia del Catinaccio aveva trovato cristalli, oro, argento. Laurino aveva armi magiche: una cintura che lo rendeva forte come 12 uomini e una cappa che lo rendeva invisibile. Un giorno il Re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde e convocò i nobili delle vicinanze per un torneo cavalleresco. Quando Re Laurino vide Similde fu abbagliato dalla sua bellezza, la rapì e se la portò via a cavallo. Gli altri nobili lo inseguirono tentando di sbarrargli il passo all’ingresso del Giardino delle Rose. Nonostante la cintura e la cappa magiche, Laurino fu preso. E allora maledisse la sua montagna che si specchiava nel lago: Né di giorno né di notte nessun occhio umano potrà più ammirarti! Si dimenticò dell’alba e del tramonto e da allora il Catinaccio allo spuntare del giorno e al tramontare del sole si colora come un giardino di ineguagliabile bellezza. Ah, le mie montagne, che nostalgia!

martedì 29 ottobre 2013

LE MIE PASSIONI - Il tango


Amo tutta la musica, fuorchè il jazz freddo e la musica da camera. Ogni altra armonia mi rilassa, mi scalda il cuore. Compresi la musica country e gli jodel. In casa ho chitarra e tastiera, che suonavo (male) da autodidatta. La musica che mi suggestiona maggiormente è il tango, che è stato definito “un pensiero triste che si balla”. I passi di danza inducono sensualità e seduzione, eleganza e passionalità. Tutto il corpo è impegnato ad esprimere queste sensazioni: dalle gambe alle braccia, dalla testa al tronco. Le note sono struggenti, intense e penetranti, fanno vibrare il corpo: si balla senza sorriso e con profonda spiritualità. Uomo e donna si immergono nel loro sogno, occhi negli occhi, il cuore che batte forte. Il tango, oltre che musica, è un momento magico dell'anima. E volendo, è anche curativo. Il responsabile della Prevenzione Antisclerosi del Centro Cardiologico Monzino di Milano ha detto: "Oltre a favorire la socializzazione, a ridurre lo stress e a dare una carica emozionale positiva, migliora la forza, il coordinamento e la stabilità del corpo, aumenta la velocità dei movimenti e può agire a favore del cuore". Le sue origini risalgono alla fine dell’800 e vengono collocate sul Rio de la Plata, fra Argentina e Uruguay. Oggi si assiste ad un fenomeno sociale: dovunque nel mondo, da inizio millennio, sono sorte centinaia di scuole di tango. Che dicono siano luoghi di svago e di evasione ma anche di crescita personale: specie fra i giovani trentenni. E’ una specie di rinascita, che scaturisce forse dal rigetto di quella accozzaglia di note sparate contro il limite dei decibel e nel cervello dei ragazzi, definita anche musica “moderna”. Quella musica non si balla e non si ascolta: ti agiti come un automa rincretinito e basta. Il tango, se vuoi capirlo, ti entra sottopelle e ti regala vita. La Cumparsita, A media luz, Caminito, Jalousie, Adios pampa mia, El Choclo, Adios muchachos ne sono la dimostrazione più eclatante. Provate ad ascoltare questi brani ad occhi chiusi e magari imparate a ballarli. Vi sentirete diversi.

venerdì 4 ottobre 2013

LE MIE PASSIONI - Il ciclismo

Lo sport che mi affascina di più è ed è sempre stato il ciclismo. E' il solo - con la maratona -  che va in mezzo alla gente: e assieme al fruscio delle ruote cogli le grida di richiamo degli atleti, il loro sforzo, divenendo così partecipe della loro fatica. Questa passione me la trasmise mio padre quando mi portò per la prima volta a vedere una gara di ciclisti. Era il primo dopoguerra, i campioni correvano nell'anello dei Giardini Margherita di Bologna (foto in alto). C'erano anche Coppi e Bartali, ricordo ancora che vinse Drei. Dopo - essendo lui divenuto socio di non so quale Velo Club - mi  portò con sé a seguire altre corse, in macchina. E fu un'emozione incredibile. Ne ricordo una, di dilettanti, in cui Pambianco battè Venturelli. Immagini e sensazioni che mi rimasero dentro inducendomi poi, da grande, ad approfondire tutti gli aspetti di questo sport. 
Vidi l'arrivo del Giro dell'Emilia 1952, sui viali di circonvallazione dei Bologna. E fu spettacolare. Coppi, Bartali e Minardi: in tre a disputarsi in volata la vittoria. Fu esaltante vedere da pochi passi di distanza il loro studiarsi, gli scatti, i rallentamenti, poi lo sprint furibondo a poche decine di metri dal traguardo. Vinse Bartali davanti a "Pipaza" Minardi e a Coppi. E poi ricordo la corsa più straordinaria mai vista: la cronotappa in salita del Giro 1956 da Bologna al Colle della Guardia. Il Colle della Guardia è comunemente chiamata dai bolognesi San Luca, perché lassù a 274 metri di altitudine c'è il Santuario della Madonna di San Luca. Sono solo  2,4 km di salita ma con una pendenza media del 10,8% e massima del 18%. La "Curva delle Orfanelle" - cosiddetta perché lì c'era un istituto di accoglienza dei piccoli orfani - è il tratto più terribile: c'è una curva a gomito al termine della quale la strada si impenna verso il cielo. La salita di San Luca è ideale per assistere ad una corsa: la strada è seguita da un lunghissimo portico spettacolare (dichiarato patrimonio dell'Unesco) che inizia da Porta Saragozza e che da un punto detto Meloncello porta fino alla basilica. E' il portico più lungo di Bologna (3,796 km), ha 666 arcate, fu costruito fra il 1674 e il 1721 col contributo di tutti i cittadini. In tempo di guerra le varie arcate del portico erano divenute il rifugio di chi si era visto bombardare la casa, ciascuna separata dalle altre da tendoni appesi al muro. 

Quel giorno, 2 giugno del 1956, il portico e anche parte della strada erano invasi da migliaia di persone. Vinse Charly Gaul alle media dei 21 km/h, secondo fu Federico Bahamontes a 3". Ma colui che impressionò maggiormente i tifosi accorsi lungo le rampe della salita fu Fiorenzo Magni. Era caduto una settimana prima, si era fratturato una spalla. Per sopportare l'enorme sforzo della salita un suo meccanico aveva escogitato una soluzione geniale. Aveva legato un pezzo di pneumatico al manubrio della bici, Magni ne teneva fra i denti un capo e con quello si tirava su. Fu una scarica di emozione vederlo passare a pochi metri, ansimante, sudato, la bava alla bocca, la testa sollevata per tendere al massimo quello strano supporto. Arrivò fino in cima, non  ricordo come si piazzò all'arrivo, ma certo fu il vincitore morale della tappa.
Furono queste emozioni a indurmi a sondare la storia del ciclismo, a scovare imprese e personaggi incredibili e a frequentare poi musei e manifestazioni. E' incredibile vedere quanti musei del ciclismo ci siano sparsi qua e là. Ciascuno geloso dei propri "pezzi". Mi piace ricordare il Museo dei Campionissimi di Novi Ligure e il Museo del Ciclismo della Madonna del Ghisallo. Poi ci sono il museo di Cimurri, quello intitolato a Bevilacqua a Cesiomaggiore, quelli dell'Alto Livenza a Portobuffolè in Veneto e di Ponte a Ema in Toscana dedicato a Bartali. Mi piace ricordare  il museo personale di Renato Bulfon che a Mortegliano, il paese di Pascutti, in Friuli, ha un negozio dove vende biciclette (e davanti ha un biciclo gigantesco) ma dove soprattutto conserva "pezzi" di straordinario valore: maglie gialle e rosa firmate, giornali, fotografie, biciclette di campioni.

Per gli appassionati come me è imperdibile l'immergersi nell'ambiente dell' Eroica", una manifestazione inventata a Gaiole in Chianti da Giancarlo Brocci, per esaltare il ciclismo "di una volta": si corre su strade sterrate, con bici e abbigliamento rigorosamente d'epoca, tubolari a tracolla, borracce davanti al manubrio, sacca degli attrezzi dietro la sella. Non c'è ordine d'arrivo, la soddisfazione non è la vittoria ma la partecipazione. Oggi arrivano da tutto il mondo, a buttarsi nell'avventura sono anche in 5.000. Vi hanno partecipato anche ciclisti veri in disarmo. Una volta vidi Gianni Motta, aveva forato, in mezzo alla strada con la ruota in mano chiedeva assistenza alla gente come un gregario qualsiasi. A contorno, conferenze sui libri di ciclismo, bancarelle, mostre, esposizioni. Una festa del cilismo puro e antico.







domenica 29 settembre 2013

LE MIE PASSIONI - I giornali

I giornali mi hanno appassionato ben prima di diventare giornalista: anzi, forse proprio per questo mio interesse ho scelto questa professione. Avevo 13 anni e facevo il giornalino della parrocchia: testi e disegni tutto da solo, su un foglio di carta formato lenzuolo. Due di questi li ho ancora appesi alle pareti del mio studio. Dopo, essendomi avvicinato allo sport, divoravo "Il calcio e il ciclismo illustrato", "Lo sport illustrato", il "Guerin Sportivo" e intanto leggevo la "Domenica del Corriere" che compravano i miei. Argomenti interessanti, fotografie bellissime. Giornali straordinari che sfogliavo con religiosa prudenza. 

Dopo, la mia passione si è acuita portandomi a setacciare le bancarelle dei mercatini in cerca di rarità. Ho due annate della "Vie au grand air" (1903 e 1904), francese: le comprai per leggere le cronache dei primi Tour de France e scriverci un libro. Ho sette annate della "Domenica del Corriere" (la più vecchia è del 1914), 4 de "La Tribuna illustrata" e 1 de "La stampa sportiva". Ho copie singole di grande valore storico: la "Domenica del Corriere" che celebra la drammatica maratona di Dorando Pietri nel 1908 illustrata dall'insuperabile Achille Beltrame, il primo incontro Mussolini-Hitler; ho rilegato tutto ciò che è stato scritto sulle varie elezioni dei Papi o l'11 settembre. Ho comprato annate dei più diversi giornali: il "Candido" di Guareschi, il "Don Basilio", e libri che attraverso le prime pagine raccontavano la vita di testate storiche: da l'Equipe al Resto del Carlino, dal New York Times a "La Tradotta", giornale della terza armata che Mondadori pubblicò nel 1933 la prima volta e poi rieditò nel 1965.

Ho sempre pensato che non si può capire il presente né intuire il futuro se non si conosce il passato. E il passato lo si conosce attraverso i giornali d'epoca. Ma pare che a noi italiani la cosa non interessi più di tanto. Secondo un'indagine dell'"Economist" in quanto a numero di lettori di quotidiani noi siamo al 29° posto nel mondo e al 22° in Europa. Leggiamo meno dei bulgari e degli sloveni, poco più dei malesi. E' sconfortante. Conservo copie del "Resto del Carlino" o del "Corriere della Sera" di fine Ottocento e del primo Novecento che spiegano bene la politica di allora, la nascita delle guerre, l'evoluzione dei costumi e della società. Nessun testo scolastico può farti conoscere certi eventi meglio di un vecchio giornale. Leggo con raccapriccio che "la carta" è destinata a sparire, divorata da internet: non ci credo ma quel giorno - se mai verrà - andrà persa la memoria del passato e con essa la speranza di un futuro sensato.


LE MIE PASSIONI - I libri

Fin da piccolo mia madre mi ha abituato a leggere. Andavamo in un negozietto di libri usati perché non c’erano soldi per i nuovi e lì prendevo di tutto, affascinato dalle copertine o dai contenuti: dai misteri di Arsenio Lupin scritti dal giornalista sportivo francese Maurice Leblanc e Sherlock Holmes di Conan Doyle alle avventure di Gulliver e Robinson Crusoe, dalle fantasie di Emilio Salgari e Luigi Motta (ingiustamente dimenticato) a quelle di Jules Verne, da Gargantua e Pantagruele a Bertoldo Bertoldino e Cacasenno. Ho divorato i libri di Jack London, Joseph Conrad e Oliver Curwood che mi tenevano allenata la fantasia, dopo mi sono appassionato a Tolstoi e Cechov, poi Steinbeck è diventato il mio preferito per il suo scrivere semplice ed efficace. Mi hanno affascinato Luis Sepulveda con la sua "gabbianella" e Ken Follett con "I pilastri della terra": tutti e due hanno undici anni meno di me, accidenti a loro!
Li conservo ancora tutti e ogni tanto li guardo, li sfoglio con nostalgia. E' stato con questi libri che ho avuto l'impulso di cominciare a scrivere anch'io. Ed è stato con loro che ho allargato gli orizzonti della mia mente. Divenuto adulto mi sono dato alla ricerca di  altri libri, a seconda degli interessi man mano coltivati ma soprattutto affascinato dalla loro data di pubblicazione. Il mio vanto è una storia di Bologna del 1796 regalatami dalla badante di un notaio che alla morte era senza eredi; poi il “Paradiso Perduto” di Milton del 1911 con illustrazioni del Dorè, trovato fra le cose di mio padre che faceva il camionista e chissà perchè l’aveva in casa; ho un “Decamerone” del 1913, il preziosissimo “La Metà del Mondo vista da un’Automobile” scritto da Luigi Barzini nel 1910: è l’edizione originale e descrive l’incredibile viaggio Pechino-Parigi corso dal giornalista a dal principe Scipione Borghese, vinto dalla nostra "Itala". E ho "Il Giuoco del Calcio", manuale scritto nel 1930 per Corticelli Editore di Milano da Arpad Veisz e Aldo Molinari con prefazione di Vottorio Pozzo: chi se ne intende capisce la preziosità di questo volumetto.
Nella mia biblioteca oggi ho 1.115 libri di tutti i generi, dalle poesie di Trilussa e Neruda al saggio sulla cocaina di Kafka o al “Piloti che gente” di Enzo Ferrari e ho tutto ciò che ha scritto Oriana Fallaci: sono tutti fonte di conoscenza, cultura, istruzione, riflessioni. Ho il “Nuovissimo dizionario universale” del Melzi: è datato 1901 e fu un libro che aprì gli orizzonti a molti: nel 1910 vendeva 320.000 copie. E’ interessante scorrerlo, trovi parole ormai desuete, ti rendi conto dell’evoluzione della nostra lingua. Ed è bello toccare questi libri, sfogliarli, magari piegare l’angolo superiore di una pagina per ricordarsi da dove riprendere a leggere. Non capisco perché l’Italia, che ha una tradizione culturale impressionante (scrittura, pittura, scultura, musica) oggi sia uno degli ultimi consumatori di libri: forse è per questo che siamo un popolo di abissale ignoranza. Una recente indagine dell’Associazione Italiana Editori dice che da noi i lettori – anche occasionali – di libri sono il 53% della popolazione con più di 14 anni di età: in Francia sono il 62%, in Spagna il 68%, in Germania il 72% e in Gran Bretagna il 75%.... Mi fa malinconia frequentare certe case dove non c’è una biblioteca ma magari solo qualche libro di ricette.



sabato 28 settembre 2013

LE MIE PASSIONI - I burattini

Quando ero piccolo e abitavo in campagna dai nonni l'unico divertimento per bambini erano i burattini. I burattini, inventati nel 1700, per intenderci sono quelle "teste di legno" mosse dalle dita del burattinaio infilate nel collo e nelle maniche del vestito: quindi non sono da confondere con le marionette, mosse da fili. Di solito lo spettacolo consisteva in una storia completa, una favola con re e principesse, seguita poi da una "farsa". E' lì che si esplodeva in risate, è lì che ci si divertiva. Entravano in scena i personaggi bolognesi: il dottor Balanzone, un panciuto avvocato sempre pronto a dare consigli e a pontificare; Fagiolino, che rappresentava il monello dei bassifondi, costantemente sporco e affamato, sposato con tale Isabella che lui chiamava "Brisabella" (brisa equivale e non); Sganapino, spalla di Fagiolino creato nel 1877, un tipo semplice e allegro che girava sempre con un manico di scopa, pronto a menare tutti. Il nome completo di Sganapino era Sganapino Posapiano Squizzagnocchi. Le farse finivano immancabilmente nello stesso modo: con Sganapino che prendeva a bastonate sulla testa il malcapitato di turno.

Quelle scenette non me le sono più tolte dalla testa e col tempo imparai ad amare altri personaggi, come il modenese Sandrone, i bergamaschi Arlecchino e Brighella, il napoletano Pulcinella. Non vidi più uno spettacolo di burattini fino al 1991, quando entrò in scena il giovane Riccardo Pazzaglia, allievo di Demetrio Presini (nella foto in basso è con la Cancellieri, per qualche tempo commissario straordinario a Bologna). Pazzaglia è quello che ha sollecitato il ritorno di questo tipo di spettacolo portando l'arte del burattinaio nelle scuole, nelle piazze, nei centri culturali e creando nuovi personaggi, l'ultimo dei quali nato nel 2001 su suggerimento di una scuola elementare locale: Lazzarone, che nel gergo dialettale significa scapestrato e il cui nome vuole anche ricordare la sua origine a San Lazzaro di Savena. Il ritrovare i "miei" burattini fu un ritorno all'infanzia, alla serenità. Mi ci appassionai tanto che me ne feci costruire due da Pazzaglia, Fagiolino e Sganapino: ci mise parecchi mesi a lavorare il legno di pino per la testa e a cucire i vestiti, perchè Riccardo era oberato da impegni. Ma adesso ho in casa i miei due burattini personali: mi costarono parecchio, qualcosa come 250 mila lire ciascuno se ricordo bene, ma ancora adesso penso che mai tanti soldi furono spesi meglio. Li guardo, li ritengo amici, gli vorrei anche parlare ma mi freno pensando che se lo facessi dovrei ritenermi diventato matto.

giovedì 19 settembre 2013

LE MIE PASSIONI - I fumetti



Da taluni sono sempre stati considerati un genere di letteratura “leggera”, poco impegnativa. Per me invece sono sempre stati una fonte di conoscenza, istruzione, educazione. I fumetti sono una cosa seria! Non è un caso se Enzo Biagi ha scritto i testi di una “Storia d’Italia a Fumetti”, se un editore come Mondadori ha pubblicato una “Storia della Cina a fumetti” o se la Marvel ha dato alle stampe le strisce di “The Life of Pope John Paul II”. Come tutti, io ho cominciato da piccolo leggendo “Topolino”, che era un settimanale di grandi dimensioni: le avventure dell’eroe disneiano in perenne lotta con il feroce Gambadilegno mi affascinavano, mi intrigavano quelle di Orazio e Clarabella, mi divertivano quelle di Pluto e dello svagato Pippo. Contemporaneamente a Topolino mi appassionai al "Corriere dei Piccoli", il cui personaggio di spicco era il Signor Bonaventura. Poi conobbi il selvaggio West attraverso i fumetti di “Tex”, che erano libricini di piccolo formato, come quelli di “Gim Toro”. 


Fu attraverso “il Vittorioso” che scoprii un mondo di storie, avventure, informazioni straordinarie messe in piedi da artisti di grande spessore: nella mia biblioteca ho le annate rilegate dal 1950 al 1953. In questo settimanale per ragazzi dominava il fenomeno Jacovitti, autore e disegnatore umoristico, di cui col tempo ho raccolto l’intera produzione. 
Altre meraviglie scoprii leggendo l'"Uomo mascherato", il primo supereroe in calzamaglia, e "Mandrake", il mago che aveva come assistente l'africano Lothar, entrambi scaturiti dalla fantasia di Lee Falk. Poi l'italianissima "Pantera bionda", creata nel 1948, la prima eroina vestita solo di un succinto bikini leopardato che suscitò le ire del mondo cattolico, e "Flash Gordon", che ti portava nell' universo sconosciuto di pianeti misteriosi. Di tutti questi personaggi conservo alcuni preziosissimi e originali fascicoli.




Il vanto della mia biblioteca fumettistica restano però le avventure di Michel Vaillant, un pilota da corsa inventato dal belga Jean Graton, divenuto talmente popolare da sollecitare la creazione di un vero team chiamato “la Vaillante”: ne ho una ventina di volumi in lingua originale. Altro pezzo forte della mia collezione sono sette annate (1965-1972) di “Linus”, un mensile che fece conoscere a tutti i “Peanuts” di Charles Schulz, con in prima fila un personaggio come Charlie Brown, poi due annate (1967-1968) di “Eureka” che rese popolare Andy Capp. Ho raccolto in volumi tutto Crepax, Cortomaltese di Hugo Pratt e le opere di Milo Manara, l'artista che in tempi recenti ha tradotto in fumetti la vita di Valentino Rossi per la rivista "Rolling Stones". Insomma, quando mi voglio svagare un po' basta che allunghi la mano e prenda a caso qualche storia disegnata.

La mia passione per i fumetti mi portò a vivere una esperienza inedita e gratificante: nel 1986 per “Topolino sport” di Mondadori scrissi i testi di un fumetto da me inventato e disegnato da Paolo Ongaro: il protagonista era Bobby Gol e attorno a lui avevo costruito storie. Non fu facile: un conto è scrivere un articolo o un libro e un altro è adattare i pensieri alle varie nuvolette o finestrelle di un fumetto. Ne uscì un buon lavoro, credo, grazie soprattutto alla pazienza e alle grandi capacità di Ongaro. Qui sotto riporto la prima pagina del primo episodio, l’Arpa birmana, che concepii sulla base di una esperienza vissuta in prima persona, la trasferta in Birmania della Nazionale di Serie C guidata da Bearzot.