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domenica 22 settembre 2013

I PERCHE' - La valanga nera


Perché certi sport sono sempre più dominati da atleti di colore? E perché invece in certi altri – ciclismo o nuoto - la presenza dei “neri” é pressoché nulla?

Il calcio ha da tempo scoperto i talenti di colore e intanto celebra fra i suoi massimi campioni di sempre i “neri” Pelé (Brasile), Eusebio (Mozambico),  Weah (Liberia), Gullit e Seedorf (Suriname), Eto’o (Camerun). Negli Stati Uniti oltre l’80% dei giocatori professionisti di basket e il 73% dei giocatori di football sono di colore. Alle più recenti Olimpiadi oltre il 90% delle medaglie conquistate dagli americani sono “nere”. Gli atleti di colore dominano il pugilato e l’atletica leggera e ormai emergono in quasi tutte le discipline. Le sorelle Williams, Serena e Venus, dominano il tennis, Lewis Hamilton nel 2008 ha vinto il Mondiale di F.1, Tiger Woods è l’indiscusso re del golf, l’uomo che per primo al mondo ha guadagno in carriera un miliardo di dollari. C’é chi profetizza che fra meno di 50 anni non vi sarà alcun campione “bianco”.

Quando nel 1936 il nero dell’Alabama Jesse Owens (foto in alto) vinse quattro medaglie d’oro nell’Olimpiade di Berlino che doveva segnare il trionfo della “razza ariana”, un giornale tedesco si chiese: “Ma cos’hanno in più di noi questi negri?”. Alla domanda (se e che cosa i neri hanno in più dei bianchi) solo da pochi anni si é tentato di dare una risposta credibile, scientifica. Innanzitutto é stato detto che motivi sociali finora avevano tenuto - e in certi casi tengono ancora - gli atleti di colore lontani da certe discipline. Il golf o il nuoto per esempio non avevano mai espresso campioni neri anche per il fatto che in certi paesi era loro proibito l’ingresso in club e piscine. Arthur Ashe, un grande del tennis, “nero”, rivelò che quando aveva 10 anni un famoso Tennis Club di Richmond, Virginia, gli rifiutò l’ingresso. Ancora oggi 4.500 Club di golf statunitensi su 6.000 non hanno soci di colore. Un fatto anche di condizione economica: nero é anche stato spesso - ed é ancora dovunque - sinonimo di povertà, quindi impossibilità di avvicinarsi a discipline costose come lo sci o  l’automobilismo (qui, al massimo, solo meccanici fino a non molto tempo fa).

Ma sono stati anche sentimenti razzisti a ritardare l’avvento dei neri nello sport. Ai primi del 1900 negli Usa esisteva un “campionato mondiale per pugili neri”, distinto da quello dei bianchi. Alle Olimpiadi del 1904 erano in programma le “giornate antropologiche” in cui venivano esibiti a mo’ di sensazione atleti neri. Ancora nel 1936 gli atleti di colore venivano definiti “ausiliari”. Ha sempre fatto scalpore la “prima volta” di un nero. Come quando nella nazionale brasiliana di calcio nel 1922 trovò posto Tatù del Corinthians. Come quando Althea Gibson nel 1957 vinse il torneo femminile di tennis di Wimbledon o quando nelle Olimpiadi del 1928 l’algerino Boughera El Quafi vinse la maratona. Come quando nel 1978 la nazionale di calcio inglese esibì il primo giocatore di colore (Viv Anderson) o quando nel 1988 anche il rugby inglese fra molte diffidenze portò in Nazionale il nero Chris Oti. Altre novità sorprendenti: nel 1988 ai Giochi di Seul vi fu la prima medaglia d’oro olimpica nera nel nuoto, quella di Anthony Nesty (Suriname) nei 100 farfalla; nel 1984 alle Olimpiadi Invernali di Sarajevo debuttò il primo sciatore di colore, Guy Lamine del Senegal. Ha fatto scalpore, nell’aprile 1997, la vittoria a New York di Tiger Woods (21 anni, afroamericano da parte di padre) nel Master di golf.
Questo continuo emergere di atleti neri in ogni disciplina portò alcuni ricercatori ad affrontare seriamente la domanda iniziale: se e che cosa i neri hanno in più dei bianchi. Non sono ancora state date risposte precise e uniformi ma qualcosa é emerso. Roger Bannister, bianco, grande mezzofondista inglese divenuto poi biologo, affermò che “lo strapotere dei neri nelle gare di corsa, nel basket e in altri sport deriva da differenze biologiche”. Quali? I neri americani e dell’Africa occidentale hanno meno grasso sottocutaneo, fianchi più stretti, cosce più grosse, maggiore densità ossea, ossa delle caviglie più lunghe, soprattutto una maggiore percentuale di fibre “pallide” o veloci che predispongono alla forza esplosiva: queste particolarità permettono loro di eccellere nella velocità, nei balzi, negli scatti. Gli atleti dell’Africa nord-orientale (kenioti, etiopi, magrebini) hanno grande leggerezza scheletrica, maggior capacità di sfruttare l’ossigeno negli sforzi, più fibre muscolari “nere” o lente che li rendono adatti alle prove di resistenza.





I PERCHE' - Le scarpe a colori


Perché sui campi di calcio da tempo sono comparsi gli scarpini colorati in sostituzione di quelli tradizionalmente neri?

Dai primi Anni 90 la diffusione dei satelliti ha fatto sì che il calcio diventasse sempre più uno sport televisivo e che la “domanda” di partite teletrasmesse aumentasse a dismisura. Questo ha contribuito in maniera determinante al rinnovamento della veste esteriore del calcio, soprattutto per quanto riguarda il colore: c’era l’esigenza di conferire maggiore visibilità al gioco. Oggi c’è addirittura chi vorrebbe colorare i pali delle porte e le varie zone del campo (difesa, centrocampo, attacco). Già da tempo i palloni avevano abbandonato il colore giallognolo, caratteristico fino agli Anni 60: fatti non più di cuoio ma di poliuretano elasticizzato, si erano evoluti dagli spicchi bianchi e neri alla molteplicità dei colori di oggi passando per le sfere completamente rosse da usare in caso di campi innevati o bianche per le partite in notturna. Nel 1998, per la prima volta in un campionato del mondo, apparve un pallone policromo, il “Tricolore” dell’Adidas che riproduceva la bandiera francese. Anche l’arbitro si è adeguato alla tendenza: smessa la tradizionale casacca nera che aveva resistito fin verso la fine degli Anni 80, è passato a divise verdi, rosse, gialle, grigie. Ciò ha provocato di riflesso – come già accennato più indietro – una rivoluzione nelle maglie delle squadre, rivoluzione dovuta anche a ragioni di merchandising. L’ultima innovazione nel colore è relativa alle scarpe dei giocatori. Già da tempo il basket aveva introdotto calzature rosse, blu o gialle. 

Nel calcio fu la Diadora – nel 1988 - la prima azienda a infrangere il tradizionale muro del “nero” e Roberto Filippi del Napoli il primo giocatore a scendere in campo con scarpini non convenzionali: erano completamente bianchi. L’idea piacque e pian piano altre aziende la adottarono. Il boom degli scarpini a colori comincia però nel 1994. Ed ecco le Valsport bianche di Simone, le Diadora rosse di Weah, le Adidas bianche di Sforza, le Lotto verdi di Gullit, le Kronos gialle di Robbiati. L’Italia fu la prima a lanciare la moda delle scarpe con i colori sociali: ed ecco gli scarpini rossoblu di Anderssson del Bologna, quelle blucerchiate del sampdoriano Mancini. La moda del colore dilagò in tutto il mondo, soprattutto per ragioni commerciali: molte aziende battezzarono col nome di un famoso calciatore (da loro sponsorizzato) una linea di scarpe da football e spesso per dare maggior forza al lancio pubblicitario del prodotto inducevano il giocatore a scendere in campo con un modello colorato. 



Oggi questa operazione di marketing si è rivelata estremamente efficace: basta che Cristiano Ronaldo indossi scarpini arancioni che subito le vendite di quel modello schizzano alle stelle. Nel dicembre 1996 il calzaturificio marchigiano La Pantofola d’Oro regalò a Paolo Di Canio, ex di Milan e Lazio passato al Celtic di Glasgow, un paio di scarpe color oro. Con quel “pezzo unico” ai piedi il giorno di Santo Stefano Di Canio segnò un gol strepitoso che valse la vittoria della sua squadra ad Aberdeen. Quel gol fu subito definito il più bello dell’anno e gli scarpini d’oro furono messi all’asta da una radio di Glasgow. Se li aggiudicò tale Ted Hunter, proprietario di una catena di negozi di articoli sportivi per la cifra di 30 mila sterline, qualcosa come 38 mila euro. Una bella pubblicità! L’azienda di Ascoli aveva poi fornito al giocatore una serie di scarpe da calcio biancoverdi, i colori del Celtic e scarpe bianconere per Ciro Ferrara, difensore della Juventus, in occasione della Coppa Intercontinentale 1996 fra Juventus e River Plate. 

Si può dire che il 1996 vide la nascita delle scarpe da calcio personalizzate per un singolo calciatore e un singolo avvenimento. Il Mondiale 1998 in Francia fu una specie di fiera della calzatura con Puma, Kronos e Diadora in evidenza nel proporre scarpini colorati ai piedi dei più celebrati calciatori: verde-oro per il brasiliano Taffarel, arancione per l’olandese Seedorf, azzurre per Baggio. Oggi ormai la scarpa tradizionale nera costituisce quasi una eccezione. Fra i calciatori più “colorati” c’è stato sicuramente il giovane attaccante del Milan, il brasiliano Pato, che a seconda delle occasioni sfoggiava scarpini verde-oliva, turchese, rosse, gialle, arancione: erano Nike, che oggi pare dominare il mondo dei piedi multicolori.

I PERCHE' - La maglia nera


Perché di un atleta che arriva ultimo in una gara si dice che è “maglia nera”?


Oggi capita di sentir dire che fra i paesi che leggono meno libri la maglia nera spetta all’Italia; oppure che la maglia nera dei mari inquinati è il Mediterraneo. Maglia nera è sinonimo di primato negativo, un neologismo acquisito dal nostro linguaggio sulla spinta di un ricordo per molti sfuocato se non cancellato. Maglia nera era l’ultimo dei corridori nella classifica del Giro d’Italia nell’immediato dopoguerra. Una espressione prima soltanto figurata (nella nostra cultura il nero è colore negativo) e poi concretizzata in un indumento da fare indossare al corridore più lento in contrapposizione alla maglia rosa che spettava invece al primo. Colui che trascinò nella leggenda e poi nel linguaggio corrente l’espressione “maglia nera” fu Luigi Malabrocca, corridore tortonese, classe 1920: ultimo nel Giro 1946 a 4h9’34” dal vincitore Bartali, ultimo nel 1947 a 5h52’20” da Coppi, penultimo nel 1949 a 7h47’26” da Coppi e “battuto” solo da Sante Carollo, un friulano, classificatosi con un distacco di 9h57’07” dal primo. Fu proprio il 1949 a consacrare alla storia il mito della Maglia Nera. Quell’anno Malabrocca e Carollo furono protagonisti di un paradossale quanto epico duello, non privo di colpi bassi, per arrivare in fondo al gruppo. Si nascondevano dietro le siepi per farsi anticipare dal rivale, si fermavano nelle osterie per perdere tempo, fingevano crisi apocalittiche per arrivare ultimi, compivano acrobazie cronometriche per non finire la tappa fuori tempo massimo. “Vinse” Carollo e a molti dispiacque sinceramente che Malabrocca fosse defraudato dalla fama che si era conquistato con generosa fatica. Dispiacque soprattutto a Malabrocca che, mancando l’obiettivo, dovette rinunciare a un sacco di soldi. Infatti la faccenda della maglia nera era divenuta così popolare che l’ultimo arrivato riceveva premi in denaro e in natura parecchio più consistenti di quelli destinati ai piazzati dell’alta classifica. Fu quello del 1949 l’ultimo Giro portato a conclusione da Malabrocca. La maglia nera fu assegnata ancora per qualche anno ma, assente colui che l’aveva “creata”, perse il suo fascino e la ragione d’essere. E così fu abbandonata. Ha resistito nel tempo solo come modo di dire. Malabrocca all’inizio della sua leggenda aveva cominciato ad arrivare in fondo al gruppo proprio perché non aveva la forza di fare meglio. Ma poi mirò scientemente a quel piazzamento: ne guadagnava in popolarità e in soldoni. La gente correva lungo le strade del Giro e sapeva che lo spettacolo della carovana non si esauriva col passaggio dei primi ma sarebbe continuato con la visione dell’Ultimo, l’arrancante Malabrocca. Quel nome poi, così bizzarro, contribuì a fare la fortuna del corridore: era in perfetta simbiosi con la caratura dell’atleta. Divenne popolare perché propagandato dallo speaker del Giro e dalla trasmissione radiofonica “Giringiro”: “….ed ecco l’irriducibile, mai domo, Malabrocca!!!”. E la gente applaudiva con convinzione il possessore di quel nome sgangherato. Malabrocca però non fu solo e sempre ultimo. Fu campione italiano di ciclocross e “nazionale” ai mondiali di questa specialità. Vinse gare in Francia, Jugoslavia e Spagna. In Italia colse il suo successo più significativo nella Coppa Agostoni 1948.

I PERCHE' - Il francobollo di Zoff


Perché per celebrare la vittoria dell’Italia nel campionato del mondo di calcio 1982 fu scelto un francobollo raffigurante due braccia anonime che alzavano la coppa al cielo?

Il francobollo da 1.000 lire emesso nel 1982 per celebrare il trionfo degli “azzurri” non era un francobollo qualsiasi: il bozzetto fu disegnato dal celeberrimo Renato Guttuso. E le braccia che sollevavano la coppa non erano anonime: appartenevano - lo si intuisce dal colore grigio della maglia - al portiere Dino Zoff, capitano della Nazionale, personaggio carismatico (fu campione mondiale  a 40 anni) divenuto in seguito allenatore della Juventus, della Nazionale Olimpica e poi presidente della Lazio. Renato Guttuso, pittore siciliano nato nel 1912, aveva sempre amato lo sport, che considerava “manifestazione di vitalità e cultura”. Già dagli Anni 60 aveva dipinto quadri aventi come soggetto la boxe, il calcio e il ciclismo. Quel famoso francobollo nacque per caso e in pochissimi minuti. L’allora Ministro delle Poste, Gaspari, subito dopo il trionfo dell’Italia sollecitò Guttuso a dipingere il soggetto destinato a un francobollo. Impresa non facile, confessò poi lo stesso Guttuso: per fare un “quadro” così piccolo da stare in un francobollo bisognava cogliere un gesto essenziale, altrimenti le suggestioni che doveva esprimere sarebbero andate disperse nelle dimensioni troppo ridotte.  Per alcuni giorni pensò a come risolvere il problema. Un giorno, poiché il tempo stringeva, arrivò nella sua casa in provincia di Varese il gallerista Toni Porcella: sottobraccio aveva un pacco di giornali illustrati con foto dell’impresa dell’Italia. Porcella si sedette nello studio del pittore minacciando di non andarsene finché non avesse avuto il bozzetto in mano. Guttuso in pochi minuti e con pochi tratti sintetizzò il trionfo azzurro: le braccia di Zoff (subito riconoscibili per il colore della maglia, diverso da quello degli altri “azzurri”), il giocatore più rappresentativo oltre che il capitano della squadra, e la leggendaria coppa. Sullo sfondo, accennate, le maglie della rete della porta di calcio (per rendere identificabile ancora di più Zoff, il portiere) e un cielo azzurro.

I PERCHE' - Azzurri in rosso


L’Italia ha vinto la Coppa Davis di tennis una sola volta, nel 1976. Nella finale contro il Cile, nel doppio, Panatta e Bertolucci scesero in campo vestendo una polo rossa. Perché?


Quell’episodio è stato il pretesto per un film del regista Mimmo Calopresti girato nel 2009 e intitolato “La maglietta rossa”. Che cosa c’era di tanto rilevante dietro il colore di quella maglietta indossata da due “azzurri”? C’era un fatto politico-sportivo che anche qui vale la pena ricordare. Fine 1976, il tennis italiano vive un momento d’oro: la Nazionale composta da assi del calibro di Panata, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli e capitanata da Nicola Pietrangeli ha raggiunto la finale di Coppa Davis dopo aver eliminato Polonia, Jugoslavia, Svezia, Inghilterra e Australia. Avversario designato il Cile che ha una formazione qualitativamente inferiore alla nostra. Una storica vittoria nel più prestigioso torneo di tennis è a portata di mano. Ma c’è un ostacolo. Lo scontro decisivo è a Santiago, capitale di un paese in cui Augusto Pinochet ha appena instaurato una sanguinosa dittatura. L’evento sportivo a questo punto diventa evento politico. Andare o non andare? Il governo Andreotti tentenna, Coni e Federtennis sono su posizione attendiste, la sinistra è decisamente contraria alla trasferta: bisogna boicottare la manifestazione per mostrare il proprio dissenso con quella dittatura. A sbloccare la situazione arrivò inaspettatamente il parere di Enrico Berlinguer, segretario del partito comunista: non era giusto che un così prestigioso trofeo sportivo finisse nelle mani di una dittatura, dunque si doveva andare: una vittoria dell’Italia sarebbe stato uno smacco terribile per Pinochet. Questo autorevole pensiero di Berlinguer convinse il governo a lasciar decidere il Coni, il Coni lasciò la parola definita alla Federazione. E la squadra partì per Santiago. Non ci sarebbe stata la Tv, il direttore del TG Andrea Barbato, aveva proibito l’invio di una troupe; ci sarebbe stata solo la radio (con commenti di Mario Giobbe e Lea Pericoli). Era metà dicembre. Gli azzurri erano protetti da un imponente schieramento di forze dell’ordine. 

L’inizio degli incontri fu facile: Barazzutti battè Fillol e Panatta ebbe la meglio su Cornejo. Il doppio era decisivo: vincerlo avrebbe significato per l’Italia conquistare una Coppa Davis sempre e solo sognata. Fu a questo punto che Panatta ebbe l’idea della maglietta rossa. Rosso era il colore del comunismo, della sinistra. Panatta, fino ad allora contestato dalle sinistre perché non si era rifiutato di andare in Cile, decise di fare uno sberleffo alla dittatura. Convinse (“Fatemi fare questa provocazione”, disse) Pietrangeli, i dirigenti e il compagno di doppio Bertolucci che quel giorno dovevano giocare con una maglietta rossa sopra i calzoncini bianchi. Così fu. Batterono in quattro set Fillol e Cornejo e la Davis andò all’Italia. Le autorità cilene protestarono col governo italiano tramite l’ambasciata ma tutto finì lì: non era il caso di dare altra pubblicità ad una sconfitta condita per di più con uno sberleffo.


giovedì 19 settembre 2013

I PERCHE' - Gli sport dal nome strano

Perché il frisbee, il rugby o il badminton si chiamano così? Sono parole che non hanno attinenza col contenuto delle rispettive attività sportive...

Mentre per il calcio, il ciclismo, la pallacanestro, ecc. é immediato l’aggancio del vocabolo alla rispettiva disciplina, non altrettanto si può dire per il frisbee e per il rugby. Il frisbee, nato negli Stati Uniti a metà degli Anni 50, deriva il nome dalla “pasticceria Frisbie”. Questa pasticceria faceva ottime torte. Le torte divennero famose presso gli studenti dell’Università di Yale, Connecticut, non tanto per il loro sapore quanto per il loro contenitore di latta. Che si prestava ad essere lanciato sui prati durante le ore di ricreazione. Un tale Fred Morris sul modello di quel contenitore ideò subito un disco di plastica dalle linee più aerodinamiche. Nel 1958 la Wham-O (che già aveva lanciato l’hula-hoop) cominciò a produrre in serie l’attrezzo e cambiò il nome originario di “frisbie” (la famosa pasticceria) in “frisbee”. Il rugby ha una tradizione molto più antica e nobile e deriva il nome dalla città di Rugby, nel Warwickshire, a 150 km da Londra. La leggenda vuole che nel 1823 uno studente della Public School di Rugby, William Webb Ellis, giocando a football con altri studenti all’improvviso, e contravvenendo alle regole non ancora scritte del gioco, prendesse il pallone sotto il braccio e si mettesse a correre all’impazzata contro la difesa avversaria. 


Quel giorno - e c’é una lapide di marmo a ricordarlo (foto a sinistra), sulla facciata della Public School di Rugby - nasceva il Football-Rugby, il calcio giocato alla maniera di Rugby. Il Badminton - una specie di tennis giocato con racchette più leggere, in un campo più piccolo e con una “pallina” (volano) fatta di sughero o caucciù in cui sono infisse delle piume - deriva il nome da una tenuta: quella del duca inglese di Beaufort, nel Gloucestershire, che attorno al 1860 nei suoi possedimenti definì tecnica e regole del gioco, derivato da un gioco (poona) praticato in India e diffuso in Europa nell’età rinascimentale. Le due figlie del duca erano solite giocare con racchette e volano nella grande sala del castello di Badminton: un giorno, per variare il gioco, tesero una cordicella fra la corda d’ingresso e il camino cercando di rilanciare il volano sopra di essa. Era nato il badminton. Che dal 1992 (Giochi di Barcellona) è ufficialmente disciplina olimpica dopo essere apparsa a Seul 1988 come sport dimostrativo.
 

I PERCHE' - Le belle figurine

Perché - e come, e quando - sono nate le figurine sportive?

Quelle sportive non sono le sole - né tantomeno le prime - “figurine”, così dette per essere “piccole figure riprodotte su piccoli fogli di carta”. Le prime pare siano nate in Francia attorno al 1865: fiori, animali, donne, bambini con funzioni puramente decorative di confezioni di prodotti diversi. Piacquero tanto che si  cominciò a farne la raccolta. Una delle più famose collezioni fu quella ideata dal barone tedesco Justus von Liebig: per lanciare i suoi “estratti” di carne” decise di dare in omaggio agli acquirenti dei suoi prodotti una serie di figurine di soggetto diverso. Solo nel 1895 Liebig pubblicò, in Gran Bretagna, la prima serie di figurine interamente dedicata allo sport: era la serie N. 461 con soggetti relativi a cricket, tennis, golf, croquet, football, tiro con l’arco. Nel 1896 la Liebig distribuì un’altra serie sportiva in Germania, Belgio e Italia. Attorno al 1920 anche industrie italiane cominciarono a produrre figurine, sempre abbinandole ai loro prodotti: la Fabbrica di Cioccolato Helvetia di Reggio Emilia, la Zaini, la Lurati. Il mondiale di calcio disputato in Italia nel 1934 produsse il boom della figurina sportiva nel nostro Paese. Nello stesso anno l’editrice Vecchi di Milano pubblicò l’album “Assi del ciclismo e del calcio” le cui figurine si potevano acquistare assieme ai fumetti dello stesso editore: Bombolo, Jumbo, Rin-tin-tin, Primarosa. (Del 1934 é anche la collezione di figurine Perugina, abbinata ai cioccolatini, disegnata da Angelo Bioletto e divenuta celeberrima per l’introvabile “Feroce Saladino”). 
Una delle prime aziende italiane a puntare su una serie sportiva fu la Caffarel-Prochet di Torino che nel 1936 editò cento figurine di calciatori disegnate da Carlin Bergoglio.



Altre aziende la imitarono (la Atti & Bassi di Bologna, la Wamar di Torino, la Fidass di Serravalle Scrivia), finché nel 1961 la Panini di Modena entrò nel mercato dell’editoria esclusivamente come produttrice di figurine sportive. La sua attività continua a tutt’oggi, con diffusione europea. Negli Stati Uniti le figurine nacquero come “cigarettes card”, cioè avevano la funzione di rinforzare i pacchetti di sigarette. Una delle prime serie, del 1885, era denominata “The World’s Campions” ed era prodotta dalla Allen & Ginter di Richmond, Virginia. 

Se in Italia la figurina é ancora e solo oggetto di divertimento da parte di un pubblico giovane, negli Usa la figurina é oggetto di collezionisti strampalati: nel 1997 la prima figurina (datata 1914) di Babe Ruth, raffigurante questa leggenda del baseball con la maglia dei Baltimora Orioles, fu venduta per settemila dollari. Nel 1961 Barry Harper acquistò per un paio di miliardi cinque pezzi pregiati tutti dello stesso soggetto: Honus Wagner, battitore dei Pittsburgh Pirates. Harper nel 1990 mise all’asta i suoi 5 pezzi e un esemplare fu venduto per 560 milioni di lire. Illustre il compratore: Wayne Gretzky, asso dell’hockey ghiaccio. Un altro pezzo fu venduto per 270 milioni a un’asta di Sotheby’s a New York. Che cosa hanno di speciale le figurine raffiguranti Honus Wagner, uscite nel 1909, e di così grande valore? All’epoca - come già detto - le figurine venivano vendute nei pacchetti di sigarette. Wagner, accanito avversario dei fumatori, non sopportava l’idea che la sua immagine venisse associata al tabacco e chiese alla compagnia distributrice delle sigarette di ritirare dal mercato la sua figurina. In circolazione ne restarono soltanto 40. E cinque le conservò Wagner stesso. Furono trovate nel taschino della sua giacca quando morì, nel 1955. Sono le cinque che Barry Harper vendette alle aste a prezzi astronomici.
 

lunedì 16 settembre 2013

I PERCHE' - Le rosse e gli italiani


Perché la Ferrari ha sempre privilegiato piloti stranieri piuttosto che gli italiani?

Nella stagione 2009 di Formula 1 ben due italiani sono saliti sulla monoposto Ferrari: Luca Badoer e Giancarlo Fisichella. Il primo era da anni collaudatore della Casa di Maranello, il secondo era stato lasciato libero per l’occasione dal suo team, la Force India. Entrambi, prima l’uno poi l’altro, hanno sostituito a metà stagione l’infortunato Felipe Massa. Ma è stata un’eccezione: sui bolidi rossi modenesi sono quasi sempre saliti piloti stranieri. Ciò scaturisce da diverse motivazioni: una obiettiva sfiducia di Ferrari nei riguardi dei talenti di casa nostra, la scelta politica di non “allevare” piloti italiani e soprattutto una sofferta decisione dello stesso Enzo Ferrari. Quando nel Gran Premio di Monaco del 1967 morì tragicamente il popolarissimo pilota romagnolo Lorenzo Bandini al volante della 312 e in forza alla Casa modenese dal 1962, il “Drake” fortemente scosso dall’evento fece una promessa solenne: “Mai più piloti italiani sulle mie macchine”. Non fu così, ma gli italiani che in seguito salirono su una Ferrari sono da considerarsi eccezioni. Così come del resto quelli che aveva preceduto la morte di Bandini. C’era stato Alberto Ascari, che nel 1952 e 1953 sulla “rossa” aveva conquistato due titoli mondiali. Poi Giancarlo Baghetti, in tre corse della stagione 1961: nella prima, al suo debutto in F.1, vinse il GP di Francia. Più fortunato Michele Alboreto, in Ferrari dal 1984 al 1988. Nel 1991 Gianni Morbidelli nel GP d’Australia fu chiamato a sostituire Prost e giunse sesto.  Nel 1992 Ivan Capelli disputò l’intera stagione con la Ferrari e fu l’ultimo pilota a riuscire a tanto. Nel 1994 Nicola Larini fu ingaggiato disputare il GP San Marino a Imola e ottenne un ottimo secondo posto. Dovettero passare ben 15 anni prima altri piloti italiani potessero guidare una Ferrari, appunto Badoer e Fisichella

I PERCHE' - Un cronista d'eccezione


 Si dice che Enzo Ferrari abbia sempre avuto un rapporto conflittuale con la stampa. Perché?

Nel 1976 Enzo Ferrari (1898-1988) scrisse un libro, “Flobert”, in cui tracciava i profili di alcuni dei giornalisti incontrati nella sua lunga carriera. Un libretto scritto con buona prosa e molta ironia, talvolta con divertita ferocia, da un uomo dotato di forte personalità e poco incline ad essere contraddetto. Il Grande Vecchio dello sport italiano era solito definire i rappresentanti della stampa “gli ingegneri del lunedì” per sottolineare quanto fosse facile o scorretto criticare il suo operato a corsa finita. Il suo comportamento forse derivava anche da una sorta di odio-amore verso una categoria di cui da giovane aveva sognato di far parte. Pochi sanno che Ferrari nel 1924 a Bologna fu uno dei tre soci fondatori del Corriere dello Sport (poi trasformatosi ne “Il Littoriale”). Quasi nessuno sa che nel 1914 la Gazzetta dello Sport pubblicò – firmandolo -  un articolo del 16enne Enzo Ferrari che commentava la vittoria per 7-1 dell’Inter sul Modena. Per la storia, ecco il “pezzo” in questione, uscito il 15 novembre 1914:
“MODENA, 15 – La certezza della sconfitta e la mancanza di alcuni ottimi elementi hanno consigliato ai dirigenti del Modena una nuova formazione, strana ed incomprensibile; basterà dire che il buon Roberts giocava oggi centro forwards e che a sostituirlo quale centro sostegno era chiamato nientemeno l’ex capitano dei boys, Molinari. I due posti d’ala erano occupati da una riserva e un giocatore ormai dimenticato e arrugginito. Si potrà facilmente pensare alla efficienza della squadra che oggi tentava di opporsi ai virtuosi nero azzurri. Tuttavia la difesa milanese fu, a tratti, impegnata e si salvò a più riprese in corner, uno dei quali dava modo ai modenesi di salvare l’onore della giornata. I Milanesi, ottimi come tecnica e come decisione, ci apparvero mal sicuri nella terza linea, dove, accanto a Fossati, Maggi sostituiva Bavastro. I goals furono segnati nel primo tempo, all’ottavo minuto da Aggradi, al 15 al 26 e 36 sempre da Aebi. Nel secondo tempo al 12 minuto da Cevenini III su penalty, al 17 da Aggradi, al 23 da Cevenini III. Il Modena segnava verso la fine in una melée seguita da un corner. Ottimo sotto ogni rapporto l’arbitraggio di Resegotti".
Enzo Ferrari


I PERCHE' - I numeri delle maglie


Negli sport individuali é senz’altro utile caratterizzare l’atleta con un numero: lo rendono necessario quantomeno motivi organizzativi. Ma perché i numeri per i singoli atleti anche negli sport di squadra come il calcio?

Il calcio moderno é nato ufficialmente nel 1863 ma per quasi 60 anni i giocatori non hanno avuto numeri sulle maglie. Soltanto verso la fine degli Anni 20 si cominciò ad adottarli in Inghilterra: dall’1 all’11 per la squadra di casa e dal 12 al 22 per quella ospite. La numerazione fu resa obbligatoria nel 1939, dall’1 all’11 per ogni squadra. Una curiosità: Pietro Magni (Varese, Liguria, Juventus, Lucchese e Genoa) negli Anni 40 ha indossato tutti i numeri di maglia, dall’1 all’11, finendo per questo nel Guinness dei primati. Quando si cominciarono ad ammettere le sostituzioni, si videro in campo anche il 12 (secondo portiere), e il 13, 14, 15, 16. Si videro numeri più alti quando, in occasione dei Campionati del Mondo, fin dall’edizione del 1950, la Fifa decise che ogni Nazionale poteva iscrivere 22 giocatori alla manifestazione, assegnando a ciascuno un numero fisso. E’ rimasto famoso il numero 20 di Paolo Rossi, protagonista della vittoria dell’Italia nel Mondiale 1982. La numerazione delle maglie, nata per facilitare all’arbitro l’individuazione di un giocatore, alla lunga aveva finito per caratterizzare un ruolo. Numero 1 era il portiere, 2 e 3 i terzini, 4-5-6 altri difensori, 8 e 10 gli interni di centrocampo, 7 e 11 gli esterni, 9 il tipico centravanti. Oggi questa sequenza logica di numeri é stata stravolta da strategie di gioco che prevedono nuove “figure” di calciatori: il terzino fluidificante, i difensori centrali, il centrocampista difensivo e quello offensivo, la punta esterna e quella centrale. L’Inghilterra, seguendo l’esempio del basket o dell’hockey ghiaccio, nel 1993 decise di assegnare ad ogni giocatore un numero fisso - teoricamente da 1 a 90 - e la moda é ormai dilagata. Non fa più sensazione trovare un portiere col 36 sulle spalle o un difensore col 13 anche se quasi sempre il 10 caratterizza il miglior talento della squadra e il 9 il grande attaccante. 

In molti casi è la società che attribuisce i numeri ai propri giocatori ma sempre più spesso sono i giocatori che li scelgono. Roberto Baggio, per esempio, nel Milan chiese il numero 18 perché era il giorno della sua nascita. Nel 2009 il francese della Roma Jeremy Menez ha voluto il 94 perchè questo era il numero del quartiere della città natale, Longjumeau, in cui era cresciuto. Anomalo e venialmente illegale il numero scelto nel 1998-99 dal calciatore Ivan Zamorano dell’Inter. Affezionato al numero 9, il giocatore cileno in quella stagione dovette cederlo per ragioni di sponsor al celeberrimo Ronaldo (che con la Nike aveva lanciato una linea di prodotti col marchio R9, costruito sulla iniziale del nome e sul numero della maglia della Nazionale brasiliana che indossava): pur di non rinunciarvi Zamorano chiese – ed ottenne – di apporre sulle sue spalle il numero 18 caratterizzato però da un segno aggiuntivo: 1+8.  

L’iniziale tendenza a contenere i numeri entro il 90 da qualche tempo è stata infranta: moltissimi calciatori scelgono il 99. Nella stagione 2009-2010 lo indossavano fra gli altri Cassano nella Sampdoria, Giannetti del Siena, Lucarelli del Livorno. Dalla fine degli anni 90 molte squadre hanno poi “ritirato” un determinato numero, in segno di riconoscenza e di rispetto verso chi lo aveva indossato con onore. Una tendenza questa presa in prestito dallo sport americano, segnatamente baseball e basket: gli Yankees di New York a suo tempo ritirarono il 3 di Babe Ruth e i Boston Celtic il 33 di Larry Bird quando i due campioni chiusero la carriera. In Italia il primo club a “ritirare” un numero di maglia è stato il Milan che alla fine della stagione 1996-97 ha tolto il 6, da sempre appartenuto al suo leggendario capitano Franco Baresi quando questi appese le scarpe al chiodo. Il Brescia non ha più il numero 10: resterà per sempre di Roberto Baggio. Così come nessuna maglia del Cagliari avrà il numero 11: è del mitico Gigi Riva. In questo caso il provvedimento fu tardivo: fu assunto solo nel 2005. Il Chelsea dal 2003 non assegna più il 25, numero indossato dal nostro Gianfranco Zola. Ultimamente si è fatta strada una nuova tendenza, quella di non assegnare il numero 12: quel numero è destinato ad un campo, ad una gradinata, ad un pubblico fedele tanto da essere definito “il dodicesimo uomo in campo”. Cominciò il Flamenco, che assegnò idealmente il 12 al leggendario stadio del Maracanà; in seguito il club brasiliano fu imitato da Atalanta, Genoa, Lazio, Cesena, Lecce, Palermo, Torino.

I PERCHE' - Il nome del gol


 Perché per dire di una cosa successa all’ultimo minuto si parla di “zona Cesarini”? Che cosa significa?

L’espressione fa riferimento ad un gol segnato negli ultimi istanti di una partita di calcio ma ormai è entrata nel linguaggio comune ed ha un significato generalizzato; così come l’altra, “fuori tempo massimo”, derivata dal ciclismo, che sottolinea un’azione compiuta oltre la scadenza dei termini fissati. Fare gol “in zona Cesarini” significa segnare quasi alla fine dei 90 minuti regolamentari. Colui che per primo “firmò” questa impresa fu Renato Cesarini, giocatore della Juventus Anni 30: il 29 marzo 1931 all’88’ trascinò l’Italia al pareggio (1-1) con la Svizzera. Il 13 dicembre dello stesso anno, al 90’ esatto realizzò il gol della vittoria ( 3-2) sull’Ungheria. Da allora, una rete decisiva realizzata quando ormai non c’é più speranza di modificare il risultato venne definita col nome del goleador bianconero. Nel calcio sono numerosi altri gol “firmati”. A metà degli Anni 90 sono divenuti celebri i “gol alla Del Piero”: palla calciata di interno destro dal vertice sinistro dell’area di rigore avversaria e puntualmente destinata all’incrocio dei pali alla sinistra del portiere. Quando il talento juventino arrivava in quella “zona”, il pubblico esplodeva in un urlo già pregustando la prodezza balistica: che il più delle volte andava a segno. Ci sono stati anche i “gol alla Meazza”: il bomber interista Anni 30 si presentava solo davanti al portiere, lo invitava all’”uscita”, la dribblava con una finta e deponeva la palla in porta. Per lungo tempo é rimasto nella storia il “gol alla Mortensen”, come sinonimo di gol quasi impossibile, realizzato calciando quasi dalla linea di fondo. Nacque esattamente il 16 maggio 1948 a Torino (Italia-Inghilterra 0-4). Dopo appena 4’ Stanley Mortensen, proiettatosi verso la linea di fondo, calciò il pallone con l’esterno del piede destro imprimendogli un forte effetto. Il pallone andò a insaccarsi nel primo incrocio dei pali dopo una traiettoria curva che lasciò di stucco il portiere Bacigalupo. In Italia non si era mai visto niente del genere e da allora quel tipo di gol venne definito “alla Mortensen”.

I PERCHE' - La diplomazia del ping pong


Perché a volte si sente parlare di “diplomazia del ping pong”? Che cosa significa? Che cosa ha a che fare il tennistavolo con la politica?

L’espressione “diplomazia del ping pong” - datata 1971 - tornò di attualità nel 1993 quando, proprio mentre Israele e Palestina si sedevano al tavolo per le prime trattative di pace, un atleta israeliano e uno palestinese si sfidavano al tavolo da ping pong in un incontro internazionale: il primo dopo 46 anni. “Questo match é stato il primo passo verso la pace”, commentarono i dirigenti sportivi delle due delegazioni. Il ping pong nel 1971 era stato il pretesto per il riallacciamento delle relazioni fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese (da qui “la diplomazia del ping pong”). A Nagoya (Giappone) erano in corso i campionati del mondo di tennistavolo quando i dirigenti della squadra cinese annunciarono che un gruppo di atleti stranieri aveva espresso la volontà di visitare la Cina. Era il 7 aprile 1971. La “visita” fu allestita in men che non si dica, probabilmente era già stata studiata dai cinesi, che volevano avvicinare gli americani avendo rotto il rapporto di “amicizia” con i sovietici. Il 10 aprile la squadra Usa entrava in Cina. Nessun americano non comunista era entrato in Cina dalla fondazione della Repubblica (1949). Solo il “Manila Times” prese coscienza della storicità dell’evento dandone immediatamente notizia, seguito poi da “Time”, dalla “Associated Press” e dalla “Nbc”. Atleti e dirigenti Usa visitarono il Paese, vi furono diversi incontri amichevoli di tennistavolo e il 15 aprile la delegazione americana fu ricevuta a Pechino da Ciou Enlai. Il quale fra l’altro disse: “Con questo inizio i popoli cinese e americano saranno in grado di avere contatti costanti”. Potenza della “diplomazia del ping pong”: nello stesso 1971 la Cina fu riammessa all’Onu e da lì a poco riallacciò i rapporti con tutte le potenze occidentali.

I PERCHE' - I colori delle maglie


Perché la Juventus ha la maglia bianconera, la Roma giallorossa, il Napoli azzurra e così via?

 

I colori delle maglie da calcio hanno le origini più diverse e talvolta più strane. Per la maggior parte derivano dai colori dei gonfaloni cittadini o, come in Inghilterra, da quelli delle divise delle public schools in cui nacquero le squadre. A volte però le radici sono puramente casuali. I colori dell’uruguayano Penarol sono giallo e nero perché le locomotive della Ferrocarril Central, i cui dipendenti fondarono la squadra, erano dipinte a strisce di quei colori. Gli argentini del Boca Juniors adottarono il giallo e il blu il giorno in cui nel porto di Buenos Aires approdò una nave svedese con issata la bandiera nazionale (appunto, gialla e blu) che piacque molto. La Juventus nacque in maglia...rosa. Era il 1897, la società cercava la stoffa meno costosa, la trovò in un “percalle” color rosa da 70 centesimi al metro. La maglia bianconera fu adottata nel 1902 quando, stintesi le maglie rosa, il presidente juventino affidò all’inglese Goodley il compito di trovare qualcosa di più decente. Goodley scrisse al Nottingham chiedendo 12 maglie per “una piccola società di calcio italiana” senza specificare il colore. Arrivò uno scatolone con maglie a strisce verticali bianconere. Non piacquero a nessuno, ma erano destinate a fare storia. Nel 1997, per celebrare il proprio centenario, la Juventus disputò il campionato con la maglia rosa. Dall’Inghilterra viene anche il rossonero del Milan: lo scelse Herbert Kilpin, milanista, che a Torino aveva giocato in una squadra di dipendenti di una filiale di una ditta di Nottingham i quali, appunto, indossavano casacconi rossi e neri. Il nero e l’azzurro dell’Inter nacquero per un caso di pura necessità: il pittore Giorgio Muggiani, incaricato di schizzare l’emblema della nascente società milanese, aveva a portata di mano solo due matite, una nera e una blu... Molte maglie si rifanno ai gonfaloni comunali o provinciali: é il caso della Roma (il giallo e il rosso amaranto della Lupa), del Lecce (giallorosso), del Cesena (bianconero). Altri colori derivano da scelte bizzarre. Il biancoceleste della Lazio si rifà alla bandiera greca, emblema di trionfi olimpici; il granata del Torino alla credenza di portafortuna di quel colore. La Fiorentina, apparsa in viola nel 1929, deve questo colore a un lavaggio troppo caldo che fuse l’originario biancorosso; poiché il viola secondo molti porta sfortuna, la Fiorentina nel 1995 ha cominciato a giocare talvolta con una maglia rossa che però fu subito abbandonata. Poetica la scelta del Napoli: maglia azzurra come il cielo e il mare che hanno reso celebre la città. Azzurra é anche la maglia della Nazionale italiana. Che nel 1910 cominciò in maglia bianca. Poi adottò un anno dopo l’azzurro, che faceva da sfondo all’emblema di Casa Savoia. In occasione del Mondiale 1938, in piena era fascista, giocò anche con la maglia nera, colore tipico del regime. Da quando, a metà degli Anni 80, per ragioni di visibilità gli arbitri iniziarono a indossare divise colorate (giallo, rosso, grigio) e non più nere, furono sempre più numerose le squadre che fecero del nero il colore dominante delle loro maglie, quantomeno della seconda muta. Verso la fine degli Anni 90 le mute delle squadre più prestigiose sono diventate tre, di colori diversi, variabili praticamente ad ogni stagione (una per le partite interne, una per quelle in trasferta e una per le Coppe). Ciò, per assolvere esigenze di merchandising: sono sempre più numerosi i tifosi che per identificarsi con la squadra del cuore ne acquistano la maglia. Tutto questo, alla lunga e in qualche caso, ha fatto disperdere una tradizione e dimenticare le origini di un club.

I PERCHE' - Hiulihans, una famiglia rissosa

Perché i teppisti degli stadi vengono chiamati quasi dovunque col nome di hooligans?

Secondo alcuni il vocabolo deriva da “Hooley’s gang”, una banda che terrorizzava il quartiere londinese di Islington.  Secondo altri il termine deriverebbe da “hooley” che nella lingua irlandese equivale a “festa sregolata”. La versione più attendibile però riconduce il termine hooligan a una famiglia di irlandesi, gli Hiulihans che alla fine del 1800 viveva alla periferia di Londra. Erano tutti - uomini, donne, vecchi e bambini - prepotenti, rissosi e attaccabrighe. In pochi anni si fecero una fama tristissima, tanto da riuscire a perpetuare il loro nome nel tempo come sinonimo di delinquenza. Negli Anni 80, esplosa la violenza negli stadi, in Inghilterra non si trovò niente di più appropriato di “hooligans” per definire i teppisti che agivano intorno alle partite di calcio. Il vocabolo - ormai di valenza internazionale - é entrato anche nella terminologia italiana nel 1985, in occasione della finale di Coppa dei Campioni fra Liverpool e Juventus disputata a Bruxelles, nel famigerato stadio Heysel, il 29 maggio. Dall’azione degli hooligans inglesi scaturì una vera strage: 39 morti. Quell’impresa fu pagata a caro prezzo dal calcio britannico: le squadre inglesi per tre anni furono escluse dalle coppe europee. Il fenomeno degli hooligans é stato oggetto di studio in Inghilterra e nel mondo nonché argomento di diversi saggi e pubblicazioni. L’analisi scientificamente più corretta resta quella di due sociologi dell’Università di Leycester, uscita in veste di libro nel 1988 col titolo “The Roots of Football Hooliganism” (Le radici dell’hooliganismo calcistico): in essa la radice dell’hooliganismo calcistico viene individuata in un mix di disagio giovanile, istanze sociali disattese, noia, necessità di imporsi all’attenzione. Di uguale significato - per definire cioé la teppaglia da stadio- é la parola ultrà, derivata da un corpo d’assalto francese ai tempi della guerra d’Algeria, a sua volta presa in prestito dall’ ultra-royalismo durante il periodo della Restaurazione.