Quella di
Alfredo Binda, tre volte campione del mondo e vincitore di cinque Giri, è la
storia esemplare di un uomo di successo, capace di districarsi con freddezza e
intelligenza fra le tempeste più diverse nelle due vite vissute. La sua figura
ha attraversato le passioni degli italiani dagli Anni 20 agli Anni 60: prima
nelle vesti di campione-simbolo dell’Italia che vince nell’era fascista, e poi
come “Napoleone della bicicletta”, alla guida di una Nazionale agitata dalle
rivalità di tipi tosti come Bartali, Coppi e Magni.
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Collocato
fra le imprese esaltanti del “Campionissimo” Girardengo e quelle della
“Locomotiva umana” Guerra, proprio per queste peculiarità caratteriali non
seppe mai coagulare attorno a sé grandi entusiasmi popolari: quando il Gira
cominciò a declinare, i suoi fans si trasferirono in massa dalla parte del
mantovano affidandogli il ruolo di vendicatore. Binda agli occhi della gente
era il perfezionista senz’ anima, lo stilista ineguagliabile, l’elegantone che
girava in Lancia Artena o in Lambda, e le sue imprese strepitose avevano il
sapore di impietose mazzate all’idolo Girardengo, più vecchio di nove anni. Solo poche
volte Binda riuscì a dare una scossa all’immaginario popolare. La prima fu nel
Lombardia del 1926, che vinse con mezz’ora sul secondo dopo una fuga solitaria
di 158 km: i giornali riferirono che il corridore aveva compiuto l’impresa
grazie all’energia tratta da una dozzina di uova fresche che strada facendo
aveva ingoiato dopo averne rotto il guscio sul manubrio. Questo episodio
impressionò tanto la gente che Binda in seguito si sarebbe divertito a
rievocarlo, sempre ingigantendo il numero delle uova: da 12 diventarono 24, poi
28. La seconda “stravaganza” ebbe per teatro la Roma-Napoli del Giro 1927. La
vinse dopo una furibonda e interminabile volata e all’Arenaccia, per far vedere
che aveva ancora fiato nei polmoni, prese il posto del trombettista della banda
che salutava l’arrivo dei corridori esibendosi in una notevole performance. Era
bravo anche lì: dall’età di 12 anni suonava la cornetta nella fanfara di
Cittiglio.
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Uno dei più
forti corridori mai apparsi sulle strade, questo Binda. Un cuore da 50 colpi al
minuto e gambe potentissime: ancora pochi anni prima di morire sarebbe andato a
sciare sul Tonale. A queste doti fisiche naturali aggiungeva di suo una ferrea
disciplina, essendo cresciuto nel mito del “mens sana in corpore sano”
riesumato dal regime. Lui non fumava, non beveva, non si concedeva a intrugli o
pasticche. Soprattutto teneva lontane le femmine (si sarebbe sposato solo a
cinquant’anni, e con una ragazza di 23). Preparava le sue gesta con scrupolo
maniacale. In corsa schivava buche e sassi per non forare e per non rovinare la
bici, in gruppo si metteva solo dietro una ruota amica per evitare sorprese. La
sua andatura era quanto di più lineare si potesse vedere: la ruota posteriore
percorreva esattamente il solco di quella anteriore. E i suoi piani tattici
erano perfetti: studiava il percorso su una cartina del Touring che teneva nel
taschino superiore della maglia, fissava un punto e lì attaccava quasi sempre
staccando gli avversari.
Così fu per
esempio in occasione del primo mondiale, nel 1927. Si correva ad Adenau sul
circuito automobilistico del Nürburgring, il percorso faceva una deviazione per
inserire una salita con pendenze al 18 per cento. Lì decise che avrebbe
stroncato tutti. E questo avvenne. La nazionale tricolore era composta da
Girardengo (ormai 34enne), Piemontesi, Belloni e Binda. Rimasero loro quattro
al comando a pochi giri dalla fine, poi all’ultima tornata l’Alfredo partì su
quella rampa micidiale. Arrivò solo, con 7’15” sul Gira, l’unico oltre a Binda
a non aver messo piede a terra sull’ultima salita, quasi 11’ su Piemontesi,
undici e mezzo su Belloni e fu un trionfo del ciclismo italiano che inorgoglì
il regime. Lo fecero Cavaliere della Corona, gli suonarono la Marcia Reale e
Giovinezza per questo e per gli altri due Mondiali vinti a Liegi nel 1930 e a
Roma nel 1932: imprese che consolidarono Binda come simbolo dell’Italia anni
Trenta, petto in fuori e testa alta. Ciò che rappresentava però anche enormi
responsabilità.
Binda era il
più un degno esponente di un’era in cui lo sport svolgeva un ruolo fondamentale
per l’immagine del regime. Nessuno dei campioni, per quanto grande e famoso
fosse, poteva sgarrare. Era il tempo in cui i giornali ricevevano dal Minculpup
l’ordine di “non pubblicare foto di Carnera a terra” quando il gigante di
Sequals fu battuto da Joe Louis. Quando nel 1932 Binda prenderà parte al GP
delle Nazioni a Parigi ritirandosi dopo 76 km, verrà squalificato per un mese
dalla federazione italiana per “scarso impegno”, per aver macchiato il nome
della patria. E già quattro anni prima, nel campionato del mondo, lui e
Girardengo erano stati squalificati per 6 mesi (poi condonati) per lo stesso
motivo: avevano passato il tempo a controllarsi lasciando via libera al belga
Ronsse, esattamente come avrebbero fatto vent’anni dopo Coppi e Bartali a
Valkenburg. “Un monito a tutti gli
sportivi che si battono e si batteranno in terra straniera”, fu definita
quella squalifica.
A parte i
Mondiali di Adenau e di Liegi e le annuali riunioni in pista a New York e
Chicago, in terra straniera Binda correva poco. Una sola volta Binda provò il
Tour, là mandato dal regime per propagandare
le virtù atletiche della razza italica. Non lo finì né vi tornò mai più.
Più avanti avrebbe confidato: “Me ne sono innamorato tardi, e mi dispiace…”. Un
Tour straordinario, quello del 1930. Per la prima volta ci sono le squadre
nazionali, la radiocronaca diretta e la carovana pubblicitaria. Binda parte per
vincere anche se Guerra ha le stesse ambizioni. La “locomotiva umana” alla
seconda tappa è già maglia gialla e il varesino deve fare i conti con il gioco
di squadra. Per di più alla settima tappa, la Bordeaux-Hendaye dopo una
sessantina di chilometri è coinvolto in una caduta da cui esce con una caviglia
gonfia, la pedaliera rovinata e un’ora di ritardo in classifica. Vorrebbe
ritirarsi ma l’orgoglio è grande. La rivincita arriva subito: vince in volata
la Hendaye-Pau: e il giorno successivo, nella Pau-Luchon con l’Aubisque e il
Tourmalet, surclassa tutti arrivando da solo dopo aver tentato di salvare
Guerra dagli assalti dei francesi e di Trueba, la famosa pulce. Quel giorno
Guerra cederà la maglia gialla a Leducq, che poi vincerà il Tour davanti al
mantovano. Per Binda ogni residua speranza svanirà quando nella successiva
Luchon-Perpignano avrà un guaio alla sella: messo piede a terra, perso un
quarto d’ora per la riparazione, non risalirà più in bici.
Dopo quella
disavventura, Binda non frequenterà più le corse straniere se non raramente e
solo perché attirato da ingaggi stratosferici. Vinse l’ultima corsa nel 1933
poi tirò avanti senza sussulti fino alla primavera del 1936 quando alla Sanremo
cadde e si ruppe un femore. Aveva 34 anni, era appena sorto ufficialmente
l’Impero italiano. E la stella di un altro grande: Gino Bartali.
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