sabato 28 dicembre 2013

RIFLESSIONI - I veri animali siamo noi


Ho visto mia nonna tirare il collo alle galline e mio nonno ammazzare un maiale. Ero molto piccolo e guardavo indifferente, come tutti i bambini di campagna non educati a un certo tipo di sensibilità verso gli animali. Ricordo solo gli acuti stridii del maiale e il singulto secco dei polli. Quelli mi sono rimasti in mente. E se ci ripenso adesso, rabbrividisco. Dopo ho avuto per “amici” un cavallo, alcune mucche, un cane e decine di gatti. E ho scoperto la loro sensibilità, il loro avere dei sentimenti quasi umani. Oggi scaccio le mosce, evito di pestare le formiche, ammazzo solo le zanzare. Un giorno ho salvato un merlo che era entrato nella cappa del camino, un altro ho curato in casa un piccione che si era spezzato un’ala: quando l’ho lasciato andare per un po’ mi ha svolazzato intorno. Amo tutti gli animali, odio le donne che ostentano pellicce di visone, se potessi andrei ad ammazzare i cacciatori di foche e di elefanti che li uccidono per pelle e zanne. 
Non sopporto ogni tipo di crudeltà dell’uomo nei riguardi degli animali, non sopporto anche solo ciò che sfiora la crudeltà: le corse dei cani, le corse dei cavalli (spesso drogati per vincere), il Palio di Siena dove quasi ogni volta muore un cavallo o perché scivolato sull’asfalto o perché imbottito di stimolanti. Faccio il tifo per i tori di Pamplona che, lasciati liberi nelle strade, impazziscono di paura davanti alla gente urlante che si diverte a provocarli e a scappare; godo quando uno di loro riesce a incornare un imbecille per di più incauto. Odio chi importa animali esotici strappandoli dal loro ambiente naturale per il solo gusto di esibirli: una volta in una discoteca di Bologna è stato trovato in una vasca un piccolo coccodrillo. “Sei un animale” si dice per offendere qualcuno. E questo la dice lunga sul persistere di un sentire comune. I veri "animali" sono i ragazzini che ancora si divertono a torturare cani o gatti. E "animali" sono i cacciatori, ipocriti che sparano senza ritegno a cervi, orsi, uccelli e a tutto quello che si muove, compresi altri cacciatori, protetti dalla lobby dei produttori di armi. Hanno inventato il tiro al piattello ma loro fingono di non saperlo: è troppo difficile da colpire, meglio un capriolo che sta brucando o qualche volatile che mettono nel mirino con la scusa di sfoltire la specie. La caccia una volta era una necessità, oggi è un sadico divertimento. E anche ipocrita: pensate che l'hanno chiamata "lo sport della caccia"! Nel 2005 è stata proibita in tutto il Regno Unito la caccia alla volpe, che era una "tradizione" secolare. Una povera volpe veniva individuata, stanata e inseguita da una moltitudine di cani decisi a sbranarla e da un nugolo di "nobili" britannici a cavallo tutti eccitati all'idea di ammazzare quel piccolo animale: questo scappava terrorizzato, cercando una via di fuga, finchè cedeva per sfinimento e veniva fatta a pezzi da cani e cacciatori. Caspita che impresa, questa di quei "nobili"! Il tragico è che la caccia alla volpe è stata ripresa a Premariacco, in provincia di Udine, dove dei sadici soggetti accompagnati da una torma di cani si divertono a rincorrere e ad ammazzare questi animali: lo fanno, dicono, "con finalità sanitarie". Che ipocriti!
Ovviamente ce l’ho a morte con chi allestisce con cinismo combattimenti fra animali chiamando in causa ipocritamente le “tradizioni culturali”, ma in realtà godendo dello spettacolo e vivendo sulle scommesse di altri fanatici. In Italia i combattimenti fra animali sono stati vietati per legge nel 2004. Ma a Palermo proliferano i combattimenti fra cani. Nell’America latina, ma anche nelle Filippine, nel Sud Est asiatico, persino in Francia e in Andalusia, si divertono a guardare due galli che lottano fino ad ammazzarsi: è una cosa nata in Persia nel 4000 a.C. Adesso non ha più senso. Sono inorridito quando ho saputo che in Val d’Aosta si divertono a guardare il combattimento fra due mucche gravide. Era una "tradizione" del 1600, adesso ci si divertono famiglie intere con bambini al seguito. Queste povere mucche non ne vogliono sapere e vengono spinte l’una contro l’altra a bacchettate sul muso. E’ una barbarie inconcepibile nel terzo millennio.  Così come "la tradizione" dei cavalli che vengono lanciati sul fuoco a San Bartolomeo de Pinares (foto sopra a destra), nel centro della Spagna: qui secoli fa una epidemia uccise tutti i cavalli e allora ci fu chi pensò bene di salvaguardare i superstiti lanciandoli attraverso il fuoco per "purificarli". Oggi si divertono un sacco a vederli nitrire spaventati mentre per tradizione si purificano. Disgustoso.
Ma la cosa più oscena è la corrida, tipica della Spagna, dell’America meridionale, ma anche del Portogallo e di certe zone del sud della Francia. Alle Canarie l’hanno vietata nel 1991, in Catalogna nel 2012. 

C’è un toro che viene fatto infuriare infilzandolo con la punta di una lancia. Entrato nell’arena, viene ancora provocato da uomini a cavallo che gli piantano nel dorso punte acuminate. Saranno dieci contro uno: che coraggio eh? Poi entra, acclamato dalla folla, un cretino tutto bardato a festa chiamato torero il cui compito è quello di finire il toro. Prima lo provoca sventolandogli davanti al naso un pezzo di stoffa rossa: il toro ferito lo attacca e quello si scansa, e la gente va in delirio perché il toro sanguinante è stato beffato. Dopo un po’ di questi giochetti il torero tira fuori una spada seminascosta vigliaccamente dietro al drappo rosso e, se il pubblico non chiede la grazia per l’animale, lo infilza nel collo con cinismo. 
Capita a volte che il povero toro pazzo di rabbia e di dolore riesca a prendere a cornate quel vigliacco del torero che viene salvato da un nugolo di altri suoi compari. E io applaudo il toro. Una volta ho visto in tv un toro arrabbiatissimo che si è scagliato contro le transenne invadendo le tribune: quei vigliacchi che prima ridevano adesso cercavano di scappare urlando e pieni di terrore. Non leggo quasi niente di Hemingway che era un appassionato di corride: diceva che era "una forma d’arte sublime", ci scrisse anche un libro, Morte nel pomeriggio. Un tipo così ovviamente ebbe una vita scombinata e turbolenta, alla fine diede segni di squilibrio mentale e di crisi maniaco-depressive com'era naturale che fosse. Vinse il Nobel nel 1954 ma io gli salvo solo "Il vecchio e il mare". I veri “animali”, nel senso dispregiativo del termine, siamo noi.

giovedì 26 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - Il vino


Il vino è stato scoperto casualmente nel neolitico, circa 10.000 anni fa, quando gli uomini che deponevano l’uva in certi contenitori per conservarla capirono che dalla fermentazione naturale era nato qualcosa di sublime. La Genesi attribuì a Noè l’invenzione del processo di lavorazione del vino e Gesù Cristo lo scelse come specie sotto cui celare il suo sangue. Oggi chi celebra la Messa beve un sorso di vino. Vin Santo, naturalmente. Durante l’Impero Romano divenne bevanda quotidiana. E tale è stata per lunghissimo tempo, nella civiltà contadina. Oggi i giovani che bevono birra, coca e altri intrugli non sanno che cosa si perdono, non sanno che rinnegano un pezzo di storia dell’umanità. 

Visitare una cantina antica piena di botti è fare un viaggio nella cultura. E' un luogo mistico, le voci rimbalzano opache fra le pareti di pietra e il legno robusto dei tini. Profumi, aromi. E' un'atmosfera quasi religiosa. Io sono nato in campagna, dove le osterie erano il luogo di ritrovo degli uomini dopo una giornata di duro lavoro: entravi e gustavi l’odore inebriante del vino assieme a quello del bancone di rovere e all’allegria dei clienti, veniva portato sui tavoli in contenitori da un litro, mezzo litro e un  quartino. Nelle case, a tavola, non mancava mai la caraffa di vino, bianco o rosso che fosse.
L’Italia è tutta un vitigno, è il maggior produttore mondiale di uva con quasi 90.000 quintali l’anno: dal Piemonte al Friuli, dalla Toscana alla Puglia, dalla Sicilia alla Sardegna ci sono vigne. Che danno vini dolci e secchi, frizzanti e stagionati, bianchi, rossi, rosati, passiti. Da qualche anno è entrato in produzione il Vino Novello, fatto con l’ultimo raccolto. Tutti rigorosamente racchiusi in bottiglie di vetro con tappo di sughero: è un parere personalissimo, ma considero il vino in scatola che si vende oggi uno sgarbo alla cultura. Aprire una bottiglia fino a 1966 non era facile: il cavatappi era costituito da una vite che si infilava nel sughero per estrarlo poi a forza di braccia, tenendo magari la bottiglia fra le ginocchia. La cosa divenne molto più semplice il giorno in cui, feritosi ad una mano in questa operazione, un genio della meccanica inventò il cavatappi a leva: quello che avvolge il collo della bottiglia con una campana mentre una vite si inserisce nel turacciolo. La semplice pressione di una mano aziona due leve e porta a termine l'operazione. Sapete chi era questo genio? Tullio Campagnolo, quello del cambio delle biciclette! Il quale avrebbe inventato anche lo schiaccianoci.
I nostri vini più famosi nel mondo sono il Brunello di Montalcino e il Vino Nobile di Montepulciano che vengono dalla Toscana, patria anche del Chianti. Personalmente non ne sono mai andato matto, troppo forti. Il mondo è suggestionato da questi nomi ormai leggendari e li acquista anche solo per esibirli agli amici.
Non sono da meno dei toscani i vini piemontesi Barbera e Nebiolo; i veneti Bardolino, Teroldego, Recioto, Pinot, Cabernet; il Marsala siciliano, il Moscato del meridione, il Cannonau della Sardegna, i vini dei Castelli romani, il Tocai friulano. In Emilia-Romagna abbiamo il Sangiovese, l’Albana, il Trebbiano, i frizzanti Lambrusco e Pignoletto. I buongustai a tavola si permettono un vino diverso per ogni tipo di portata ed è un delirio del gusto: bianco leggero con la pasta, bianco secco per il pesce, rosso robusto con la carne. Magari alla fine del pasto si possono intingere i tarallucci in un bicchiere di frizzantino. Bere il vino è un'arte. Innanzitutto bisogna scegliere il tipo di bicchiere adatto: quelli col calice grande e panciuto, oltre a facilitare il mivimento di roteazione per ossigenare il vino, consentono di cogliere appieno il profumo del vino rosso. I vini liquorosi vanno versati in calici che si restringono verso l'alto per conservare meglio gli aromi. Il vino va poi annusato, osservato, preso a piccoli sorsi, degustato in bocca, ingerito con calma e sapienza. Quello rosso va aperto un'ora prima, quello bianco subito prima di berlo, quello frizzante o spumante deve essere freddo. Le bottiglie vanno sistemate in appositi scaffali in un luogo fresco ma asciutto, poste orizzontalmente o leggermente inclinate verso l'alto. Ogni tanto è bene girarle per muoverne il contenuto. Un rito.
In assoluto il vino più prezioso e quasi introvabile, la gemma dell’enologia Italia, è il Picolit, un vino dolce prodotto solo su alcuni colli udinesi e goriziani. Prezioso perché ricavato da grappoli che hanno soltanto 10-15 acini dorati (foto sotto): se ne producono 5.000 ettolitri l’anno. Costa una piccola fortuna, ma se lo trovate vale la pena portarselo a casa. E' assoltamente divino. Meno conosciuto ma non meno delizioso è lo Schioppettino, dolce anche lui, della Venezia Giulia. 

E a proposito di vini dolci non va dimenticato lo stupefacente Vin  Santo di Sant’Angelo in Vado, nelle Marche, che è anche la patria del tartufo bianco. Di vino ormai ne bevo pochissimo, un piccolo bicchiere ogni tanto. Ma nella taverna di casa mia ho sistemato in bella vista una piccola collezione di bottiglie mai aperte e per me preziose: ho un Taurasi (da Avellino) del 1969, un Cabernet del 1985, un Moscato di La Geria preso a Lanzarote (Canarie) dove la vite viene fatta crescere in buche a imbuto scavate nel terreno di origine vulcanica e coperte di cenere lavica. E ho vini con etichette speciali: uno per l’inizio del terzo millenio, una con sopra l’immagine di Carnera, uno con quella di Bottecchia. Li guardo con compiacimento. E con nostalgia. In vino veritas, si dice: è vero, perchè apre il cuore.

mercoledì 25 dicembre 2013

RIFLESSIONI - La Luna


La luna è una magia. E’ lì da sempre, gira sopra di noi, a volte la guardiamo con indifferenza. Spesso però ce ne lasciamo suggestionare. Sulla luna sono state scritte centinaia di canzoni (per citarne due: Luna rossa e Blue Moon) e costruite decine di leggende: dal lupo mannaro che ulula nella notte sullo sfondo della luna piena al vampiro che si sveglia assetato,  al mito di Selene. La luna influisce sulle maree, detta i tempi dell’imbottigliamento di un vino, agisce sulla crescita dei capelli e delle unghie, sul ciclo delle donne, sulla nascita dei bambini, sulla crescita dei funghi, sulla semina degli ortaggi che va fatta in luna calante. Di un tipo di umore variabile si dice che è “lunatico”. Come me. Io “sento” molto la luna. Quando è in fase crescente mi aumentano gradualmente le energie fino a sentirmi al top – fisicamente e intellettualmente – nel momento della luna piena. Confesso che a volte ho scelto questa fase per fissare un appuntamento importante. Guardai con stupore la luna il giorno in cui l’uomo per la prima volta ci mise il piede sopra. Era il 20 luglio del 1969, una domenica, il fatto storico avvenne alle 4.57 del mattino. Ricordo che rimasi incollato alla televisione per una notte intera assieme a mia madre, avevo 31 anni. Gli astronauti americani Neil Armstrong (il comandante), Edwin Buzz Aldrin (pilota del modulo lunare) e Michael Collins (pilota del modulo di comando), partiti dal Centro Spaziale Kennedy di Houston, in Texas, si erano imbarcati sulla navicella Columbia, la missione straordinaria si chiamava Apollo 11. Armstrong e Aldrin allunarono con la capsula mentre Collins li aspettava nell’universo, fra le stelle. A dirla così sembra una favola, sembra fantascienza. Invece fu tutto vero. Lo testimoniava una telecamera della navicella spaziale che filmava ogni istante dell'evento. E già questo era una cosa stupefacente: immagini che ti arrivavano nitide dallo spazio in un'epoca in cui da noi la tv esisteva solo da 15 ann!
Armstrong fu il primo a scendere la scaletta per toccare il suolo, sei ore dopo l’allunaggio, il suo cuore registrava 110 battiti al minuto. Mise cautamente il piede destro sul suolo sabbioso, poi fece alcuni passi, cominciò a saltellare. Lo raggiunse poi Aldrin. Piantarono la bandiera americana, Armstrong pronunciò la famosa frase “Questo è un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigante per l’umanità”.  Lasciarono messaggi per eventuali visitatori di altri mondi, raccolsero 21,5 kg di materiale, restarono in giro sulla luna per circa due ore e mezza poi risalirono fra le stelle. Sarebbero tornati sulla terra in mezzo all’Oceano Pacifico. 
Ricordo anche la piccola diatriba fra Ruggero Orlando, corrispondente Rai negli Stati Uniti inviato per l'occasione a Houston, e Tito Stagno, giornalista a Roma. Il contendere era il momento esatto dell’allunaggio. Stagno lo annunciò 56” prima che avvenisse, male interpretando i colloqui fra gli astronauti e gli uomini del centro spaziale a Houston, Orlando 10” dopo. Si intignarono in diretta per qualche minuto, ciascuno voleva assicurarsi il merito della documentazione esatta di un momento storico. Andai a letto a mattina fatta, letteralmente “stralunato” da quanto avevo visto in televisione: l’evento più straordinario della mia vita. Per una volta dico che sono fortunato a essere vecchio, io vidi l’uomo scendere sulla luna. Quelli nati dopo non possono nemmeno immaginare che cosa sia stato, che emozioni abbia suscitato.

martedì 24 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - I laghi


Abitiamo in uno dei paesi più straordinari e vari della terra: è quello che vanta al mondo il maggior numero di siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Abbiamo 7.458 km di coste bagnate da 4 mari, 1.200 km di Alpi al nord e 1.500 km di Appennini che la percorrono trasversalmente, 69 laghi, 17 pianure, 78 isole senza contare quelle in mezzo ai laghi, 5 vulcani. Trasuda arte e storia e cultura. Come nessun altro paese ha la forma inusuale di una cosa concreta: uno stivale. Potremmo prendere a calci nel sedere tutto il mondo. Siccome però siamo diventati un popolo di cinici cialtroni senza vergogna stiamo distruggendo tutto questo o lo ignoriamo: meglio Ibiza che la Calabria, meglio Formentera che la Sicilia o la Puglia o la costa sorrentina. A me non piacciono troppo gli italiani di oggi, mi piace l’Italia. Soprattutto i laghi prealpini, perché uniscono acqua e montagna. Il mio preferito è il Lago d’Orta, vicino a Novara (foto sopra), originato dal ghiaccio del Sempione e separato dal Lago Maggiore dal Monte Mottarone. In mezzo c’è l’isola di San Giulio. Il tutto è un piccolo gioiello, salvato dal disastro nei primi anni 80. Nel 1926 cominciò a essere inquinato dagli scarichi venefici della crescente industrializzazione della zona. Dopo divenne invivibile. Solo più di mezzo secolo dopo si decise di salvarlo, purificandolo. 
Il Lago Maggiore (foto a sinistra) è uno spettacolo per il paesaggio e il clima: vi crescono limoni e ulivi. In mezzo c’è l’Isola Bella e mai nome fu più indicato per battezzare una meraviglia. Altre bellezze sono il Lago d’Iseo, il Lago di Como reso famoso dal Manzoni e il Garda che è il più grande lago italiano (foto sotto): qui Catullo stabilì la propria dimora in epoca romana, nel 1220 San Francesco vi fece costruire un monastero del proprio Ordine, Goethe vi soggiornò a lungo nel 1786, George Clooney la scelse come propria residenza italiana così come il campione del mondo di Formula 1 Sebastian Vettel. Ulivo e vite crescono frutti di gran gusto favoriti dal clima dolce. Sirmione, Desenzano, Peschiera, Malcesine, Lazise, Gardone (dove c’è il Vittoriale di D’Annunzio) sono le località più frequentate dai turisti. 
Una settimana sul Lago di Como ti fa scoprire cose straordinarie, due giornate sul Lago d’Orta ti regalano pace e serenità. Sul Lago di Garda ci resterei per sempre, sul Lago Maggiore non mi stancherei di visitare Villa Taranto, sede di un giardino botanico di incomparabile bellezza. Sul Lago d’Iseo (foto sotto) mi fermerei in Franciacorta a gustare il nostro spumante che niente ha da invidiare al celebre champagne. Sì, se potessi rifarei il giro di tutti i “miei” laghi. Andateci, voi che potete.

lunedì 23 dicembre 2013

LE MIE PASSIONI - Le Dolomiti


Da anni non ci posso più andare, perché sopra i 700 metri la pressione mi schizza pericolosamente in alto. Ma c’è stato un tempo, fin da ragazzo, in cui la montagna era la mia passione: Moena e Vigo di Fassa i miei luoghi preferiti: da lì puoi raggiungere i posti più stupefacenti, siano il Passo Pordoi o il Sella, il Lago di Misurina o di Auronzo, la Val Gadena o la val Pusteria. Per montagna intendo le Alpi orientali, le Dolomiti, dette anche i Monti Pallidi. Dal 2009 l’Unesco le ha proclamate patrimonio dell’umanità. Le Dolomiti propongono panorami mozzafiato, cime e valli si alternano senza soluzione di continuità esibendo fra cielo e abeti silenziosi leggende millenarie. Nacquero 250 milioni di anni fa innalzandosi lentamente dal mare, create dallo scontro fra la placca europea e quella africana. Ancora oggi si stanno elevando. E ancora oggi trovi conchiglie sulle cime. Dall’alto della Marmolada (foto sopra), a quota 3.343, ti riempi il cuore di una vista spettacolare: ci si arriva da Malga Ciapela, con tre balzi di funivia, e resti incantato a guardarti intorno con sereno stupore. Una volta arrivai fin sotto le Tre Cime di Lavaredo (foto sotto), con moglie e figlio: una camminata estenuante ma appagante, una vista stupefacente. 
Un giorno, ero un ragazzino, arrivai fino in cima al Plan de Corones, un panettone di origine vulcanica a 2.275 metri di quota sopra San Candido che è cuore dei ladini, illuminato da prati e fiori. Ricordo che vidi con stupore un prato condito di stelle alpine, una moltitudine mai vista. Oggi è vietato raccoglierle, ne sono rimaste poche. Il Gruppo del Catinaccio, che si specchia nel Lago di Carezza (foto sotto), è lo spettacolo più imperdibile. I tedeschi lo chiamano Rosengarten, il giardino delle rose, perché al tramonto si colora di rosa. 
A rendere magica quella montagna c’è una leggenda suggestiva. E’ quella di Laurino, Re dei Ladini, un popolo di nani che scavando nella roccia del Catinaccio aveva trovato cristalli, oro, argento. Laurino aveva armi magiche: una cintura che lo rendeva forte come 12 uomini e una cappa che lo rendeva invisibile. Un giorno il Re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde e convocò i nobili delle vicinanze per un torneo cavalleresco. Quando Re Laurino vide Similde fu abbagliato dalla sua bellezza, la rapì e se la portò via a cavallo. Gli altri nobili lo inseguirono tentando di sbarrargli il passo all’ingresso del Giardino delle Rose. Nonostante la cintura e la cappa magiche, Laurino fu preso. E allora maledisse la sua montagna che si specchiava nel lago: Né di giorno né di notte nessun occhio umano potrà più ammirarti! Si dimenticò dell’alba e del tramonto e da allora il Catinaccio allo spuntare del giorno e al tramontare del sole si colora come un giardino di ineguagliabile bellezza. Ah, le mie montagne, che nostalgia!

domenica 22 dicembre 2013

RIFLESSIONI - Il Natale


Non esiste festività più magica del Natale, che ha tradizioni pluricentenarie. L’atmosfera - dettata dalla leggenda della nascita di Gesù e costruita sulla misera capanna, il bue, l’asinello, Maria, Giuseppe, il piccolo bambino, la stella cometa, i re magi - è suggestiva. Anche chi non crede si lascia avvolgere da sensazioni e sentimenti inusuali. C'è la famiglia, il pranzo speciale, l'albero addobbato, i regali, lo scambio di auguri, la musica. E magari anche il presepe, la rappresentazione figurata della natività, dovuta alla devozione di San Francesco d'Assisi che nel 1223 (790 anni fa!) la fece allestire per la prima volta al mondo a Greccio, in provincia di Rieti.
A creare la suggestione più forte del Natale è la musica che accompagna l’evento. Anzi, una musica in particolare: Stille Nacht, che in Europa è sinonimo del Natale. Vale la pena conoscere la storia della nascita di questa melodia. Le parole originali, in austriaco, le scrisse nel 1816 (197 anni fa!) il reverendo Joseph Mohr che era assistente parrocchiale a Mariapfarr, nel Langau, vicino a Salisburgo: "Notte silenziosa, santa notte. Tutto dorme; veglia solo la santissima coppia. L'amato bambino con i riccioli dorme in una pace celestiale". La musica – geniale e coinvolgente – la creò di getto su richiesta di Mohr due anni dopo Franz Xaver Gruber che era insegnante ad Arnsdorf e organista a Oberndorf. La prima esecuzione pubblica avvenne la notte del 24 dicembre 1818 durante la Messa di Natale nella chiesa di San Nicola di Oberndorf. Particolare curioso: l’organo della chiesa era inutilizzabile perché rosicchiato dai topi, così Mohr cantava con voce tenorile accompagnandosi con la chitarra mentre Gruber suonava il basso. Stille Nacht è il canto più straordinario che sia mai stato musicato, è stato tradotto in 300 lingue. In Italia prese il nome di Astro nascente: non era la traduzione di Stille Nacht ma un testo originale scritto dal prete bergamasco Angelo Meli nel 1937 sulle note di Gruber. In America preferiscono il loro Jingle Bells, creato nel 1857 nel Massachussets per il giorno del Ringraziamento e solo successivamente divenuto di moda per il Natale. Qualche sconsiderato l'ha adottata anche da noi per l'occasione!

Molto probabilmente questo è stato il mio ultimo Natale. Me lo sono fatto entrare nel cuore, musica e atmosfera. Ho voluto gustarlo fino a stordirmi.


STILLE NACHT

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Alles schläft; einsam wacht

Nur das traute hochheilige Paar.

Holder Knab´ im lockigen Haar,

Schlafe in himmlischer Ruh!

Schlafe in himmlischer Ruh!

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Gottes Sohn! O wie lacht

Lieb´ aus deinem göttlichen Mund,

Da uns schlägt die rettende Stund´,

Jesus in deiner Geburt!

Jesus in deiner Geburt!

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Die der Welt Heil gebracht,

Aus des Himmels goldenen Höhn

Uns der Gnaden Fülle läßt seh´n

Jesum in Menschengestalt,

Jesum in Menschengestalt

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Wo sich heut alle Macht

Väterlicher Liebe ergoß

Und als Bruder huldvoll umschloß

Jesus die Völker der Welt,

Jesus die Völker der Welt.

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Lange schon uns bedacht,

Als der Herr vom Grimme befreit,

In der Väter urgrauer Zeit

Aller Welt Schonung verhieß,

Aller Welt Schonung verhieß.

Stille Nacht! Heilige Nacht!

Hirten erst kundgemacht

Durch der Engel Alleluja.

Tönt es laut bei Ferne und Nah:

Jesus, der Retter ist da!

Jesus, der Retter ist da!


lunedì 16 dicembre 2013

COSE MIE / Il militare


Avevo 25 anni,  da due anni scrivevo già per giornali, la tesi di laurea era quasi pronta. Non potendo più rimandare la chiamata, dovetti andare militare, nell'Esercito, soldato semplice in artiglieria. 15 mesi dopo ne sarei uscito caporale. Fui anche fortunato: prima di me la "ferma" era di 18 mesi, il mio fu il primo contingente a farne "solo" 15. Mesi letteralmente buttati via. Però pagati: credo 110 lire ogni 10 giorni o al mese, non ricordo. E c'era chi, poveraccio, quei soldi li mandava a casa. C'era chi veniva chiamato in Marina e doveva stare via 24 mesi, abbandonando il lavoro. Venni subito scaraventato a Roma per un errore di chi doveva coordinare i nuovi arrivi. Dopo una settimana passata a fare niente mi mandarono ad Arezzo, tre mesi per l’addestramento di base: marcia tutti allineati e coperti, attenti, riposo, dietrofront; spari a casaccio verso un bersaglio lontano con un fucile modello '91 della prima guerra mondiale, lancio di bombe a mano contro un manichino, “specializzazione”.  Ne uscii con la qualifica di “osservatore” e di "esperto" in missili di non so quale tipo, credo Hawk. Figuriamoci: dopo pochi mesi erano già superati. Per la "libera uscita", la sera, ti controllavano anche il fazzoletto: se non era piegato bene ti rimandavano dentro con sadico cinismo. Poi fui spedito a Verona per un anno, un anno stupidamente sciupato. Essendo capace di battere a macchina e abbastanza colto (li colpì il fatto che scrivessi per un giornale: La Notte. Ah bene, è di destra, disse il Colonnello) mi misero subito in un ufficio come tuttofare di un Maggiore. Battevo a macchina  inutili comunicati, accendevo la stufa d'inverno. Dormivo anche da solo, su un lettino pieghevole in un ufficio dove c’era una cassaforte con i piani per la difesa di Verona. Il fucile sotto il letto. Pensa un po', la difesa di Verona dipendeva da me! Praticamente girovagavo tutto il giorno per la caserma con un foglio in mano facendo finta di essere impegnato, fermandomi alla finestra della cucina dove qualche ragazzo mi allungava una bistecca di quelle buone destinate agli ufficiali e sottoufficiali. So che in Svizzera i militari venivano – con buon senso - chiamati per un mese all’anno per aggiornamenti: da noi un anno di tempo perso. Ho fatto una “guardia” una sola volta, sulla garitta. Ogni tanto c’era una parata. Ricordo una volta, ero in prima fila ma mi ero dimenticato di indossare la bandoliera!!! (Ti raccomando quelli che avrebbero dovuto controllare che tutto fosse in ordine). Con discrezione mi fu sussurrato di spostarmi in seconda fila: fu la manovra più difficile di tutto il periodo militare. Sabato e domenica liberi. Essendo praticamente autonomo, spesso tornavo a casa. Avevo fatto comunella con alcuni ragazzi: un milanese, uno di San Giuliano a Mare, Vitali di Ravenna che aveva la macchina.  Andavamo da una vecchietta che per pochi spicci ci affittava un armadio dove custodivamo i nostri abiti civili, ci mettevamo in borghese e andavamo in giro, a San Zeno, a Peschiera. Poi si aggregò Fanigliulo, un ragazzino pugliese bravissimo a schizzare nudi di donna: me ne regalò 6 che ho appeso al muro della mia sala. Quando venne il giorno del congedo, scrissi il discorso dei militari che lesse un altro. Dissi le cose che sto dicendo, magari con meno crudezza. Nessuno ebbe niente da ridire. Credo che nel vedermi andare via ne fu sollevato un maresciallo che era solito almeno una volta la settimana regalare pesce al Maggiore per ingraziarselo e che io per questo prendevo in giro senza alcun timore reverenziale. Ricordo quel periodo come il più assurdo e inutile di tutta la mia vita.

domenica 15 dicembre 2013

COSE MIE / Le radici


Gente, un po’ di rispetto: ho il blasone, io! Lo stemma di famiglia è costituito da un albero di noce verde, sradicato, con frutti d’oro, su fondo argentato. Per la precisione, la descrizione originaria è la seguente: “D’argento all’albero di noce verde sradicato e fruttato d’oro”. Titolare dello stemma era tale Novarino De Nocetti, vissuto all’inizio del 1400 a Cravegna in provincia di Novara e i cui discendenti si sparpagliarono poi in Svizzera, in Lombardia, nel bergamasco e nel bresciano e in Emilia. A metà del 1400 Novarino arrivò a Bologna dove divenne mercante. Gli andò male. Caduto in gravi ristrettezze, si mise a fare il facchino. Essendo di esile corporatura, fu soprannominato “il facchinetto”: da qui l’attuale Facchinetti. Per la storia, "facchino" deriva dall'arabo Faqih, che prima era un sovrintendente alle dogane e poi con la grave crisi del mondo arabo divenne commerciante e trasportatore di merci. Siamo gente orgogliosa e dura come il noce, noi! Infatti il facchinetto riuscì ad arricchirsi e potè mantenere agli studi i suoi due figli, Pietro e Antonio. Quest’ultimo fu padre di Giannantonio Facchinetti De Nuce nato il 5 luglio del 1514, fatto poi cardinale nel 1583 e Papa nel 1591 col nome di Innocenzo IX. I figli della sorella di Innocenzo IX, Antonia, furono adottati dal Papa, si chiamarono anch’essi Facchinetti e restarono a Bologna dove ebbero onori e furono aggregati al Senato Bolognese. Nel 1860 due Facchinetti fecero parte della Spedizione dei Mille di Garibaldi, Alessandro Antonio da Bergamo e Giovanni Battista da Brescia. Avete capito gente da dove derivo io? Oddio, per la verità io derivo da un ramo sfigato dei Facchinetti. Mio bisnonno Andrea, nato a Minerbio (Bo) verso il 1850, faceva - ovviamente - l’ambulante. Suo figlio Giovanni – mio nonno, analfabeta – che aveva nel sangue la vocazione al girovagare e al trasporto di merci, andava in giro con barroccio e cavalli portando roba. Era nato nel 1877. Mio padre Luigi, nato nel 1909, seguì l’istinto genetico e dopo aver girato col cavallo divenne camionista. Però aveva fatto le elementari. Poi nel 1938 sono arrivato io e qui c’è stato un cambio generazionale storico: a trasportare roba non ho mai pensato, men che meno a commerciarla. Da mia madre presi la voglia di acculturarmi e scelsi un’altra strada – da solo, senza aiuti o raccomandazioni e me ne vanto - che oggi è quella di mio figlio. Perché racconto queste cose? Perché oggi ho voglia di sorridere,  e perché penso che ciascuno di noi farebbe bene a cercare le proprie radici e capire meglio se stesso. Conoscendo se stessi, si possono capire meglio anche gli altri.