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sabato 21 settembre 2013

SPORT & VIAGGI - Pechino


Come giornalista sportivo ho viaggiato molto, negli anni 70, e soprattutto in paesi lontani in cui il turismo non era ancora arrivato. Allora parecchie federazioni “invitavano” la stampa al seguito dei loro eventi, per i giornali sarebbe stato troppo costoso. E’ così che ho potuto vedere cose straordinarie in Cina, in Birmania, in Iraq: straordinarie perché così distanti dalla cultura e dalle gente europea. Nel 1979 feci un viaggio assolutamente stupefacente, indimenticabile, nell’estremo Oriente: Cina e Corea del Nord. Fu una trasferta di quasi un mese, se ricordo bene, al seguito delle Nazionali maschile e femminile di tennistavolo dirette a Pyongyang dove si svolgevano i campionati del mondo di questa disciplina. Ci fermammo due settimane a Pechino perché allora l’allenatore degli Azzurri era un cinese, Tian Wenjuan. Il nostro interprete era Wang Chu, un ragazzo che aveva studiato all’università di Perugia e che tifava ardentemente per quella squadra di calcio. L’andata del viaggio fu a dir poco avventurosa: Roma-Mosca (bellissima la Piazza Rossa con la cattedrale di San Basilio, qui sotto) poi nella capitale dell’allora Urss ci imbarcammo il giorno dopo su un Ilyushin diretti a Pechino. Una violentissima tempesta di sabbia incombeva sulla capitale cinese e così il pilota sovietico decise di tornare indietro. Atterrammo in mezzo a una tormenta di neve a Irkutsk, in Siberia, la città del Michele Strogoff inventato per un suo romanzo da Jules Verne. Da quel giorno ho sempre avuto paura dell’aereo. Ripartimmo il giorno dopo, dopo aver visitato con -10° la città dominata da un tempio meraviglioso (nella foto più sotto) e tutto andò liscio. 



A Pechino eravamo ospitati, giocatori e giornalisti, nell’Istituto di Cultura Fisica. I ricordi di quel soggiorno sono ancora vivi e tantissimi. Dovetti imparare a mangiare con le bacchette (me ne sono portato a casa una scatola) e a bere il Maotai, un micidiale liquore fatto di frumento e sorgo distillati con una gradazione alcolica del 54%: comprai una bottiglia che conservo ancora,  piena. Mentre gli atleti passavano i loro giorni ad allenarsi e a riposarsi, noi giornalisti venivamo portati in giro. E vidi cose stupefacenti. 




La Grande Muraglia, costruita più di 2.200 anni fa, e lunga 8.800 km; la Tien Anmen, la sterminata piazza dominata dall’immagine di Mao Zhedong (allora si chiamava ancora Mao Tse Tung); il lussuoso Palazzo imperiale immortalato poi da Bertolucci nel film “L’ultimo imperatore”; la tomba dell’Esercito di terracotta che era stato scoperto appena 5 anni prima: circa 8.000 guerrieri in terracotta, circondati da 18 carri in legno e 100 cavalli in terracotta, costruiti per fare la guardia alla tomba del primo imperatore cinese, Qin Shi Huang, assieme a statue di servitori, mandarini, concubine, vasi e utensili. Ancora oggi si sta scavando intorno per scoprire altri reperti. Ho letto che per allestire un simile meraviglia occorsero 700.000 prigionieri e 10 anni di lavoro. Mai visto niente di così sbalorditivo. 

A Pechino la prima cosa che mi colpì fu il mare di biciclette che scorrevano su larghissime strade. E poi gente che sulle panchine di pietra ai margini delle case che giocava a scacchi o a ping pong. Da quando Mao si era fatto fotografare con la racchetta in mano, il tennistavolo era diventato lo sport nazionale. Ricordo fra le altre cose un ricevimento organizzato dall'ambasciatore Francisci: in quella occasione mi gustai la famosa anatra all’arancia, ben diversa da quelle mangi in un ristarante cinese in Italia. Quella trasferta fu anche l’occasione per uno scoop giornalistico: una intervista esclusiva a He Zhenliang, allora 50enne vicesegretario dello sport cinese e del Comitato Olimpico locale. La Cina del dopo Mao era in evoluzione e mirava in alto, specie a cominciare dallo sport. He Zhenliang fra le altre cose mi disse che per il 2000 la Cina sarebbe stata pronta a surclassare le altre nazioni e che avrebbe ospitato le Olimpiadi. Pareva una sbruffonata propagandistica, non era così. La Cina fu riammessa di lì a poco nel Comitato Olimpico Internazionale, nel 1989 lui ne divenne vicepresidente e la Cina ospitò i Giochi nel 2008, dopo che quattro anni prima la sua candidatura era stata bocciata per violazione dei diritti umani.

Al confronto la capitale della Corea del Nord, Pyongyang, mi parve città tetra e fredda, anche se ordinata e pulita: per l’occasione avevano anche lavato gli alberi!. Andando in giro per strade deserte avevamo sempre l’impressioni di essere seguiti con discrezione. Per la storia le squadre azzurre ottennero un grande successo. A quel mondiale erano presenti raporesentative di 72 Paesi, si gareggiava nei titoli per singoli e a squadra. Si decideva chi diventava campione fra le 16 squadre di prima categoria, e chi della seconda categoria doveva essere promosso. L'Italia maschile, che prima della Corea era quarta della seconda categoria, entrò fra le prime 16, e le azzurre furono promosse dalla terza alla seconda categoria. Artefici di questi successi fra i maschi furono Massimo Costantini (poi allenatore delle nazionali di Italia, Emirati, India e attualmente del Tennistavolo San Francisco), Stefano Bosi (divenuto poi presidente della Federazione italiana e oggi presidente della Federazione europea), Giontella e Bisi e fra le donne Milic, Bevilacqua, Mauriello (appena quindicenne).

SPORT & VIAGGI - Baghdad


Era il 1972, andai in Iraq al seguito della Nazionale di calcio militare per i mondiali di categoria. Il capo-delegazione era il colonnello Casciotti, in azzurro c’erano giocatori di nome come Landini, Cacciatori, Mozzini, Gori. E c’era anche l’arbitro Monti, che però dopo aver diretto una partita sarebbe tornato di corsa in Italia perché ad Ancona c’era stato un terremoto. Restammo due settimane a Baghdad e fu una esperienza che mi suscitò le più diverse emozioni. Baghdad nei ricordi era la coreografia magica del famoso "ladro", delle Mille e una notte. La realtà era diversa. Moschee di una bellezza straordinaria e case fatte a cubo del colore della sabbia, torme di ragazzini che ti seguivano incuriositi dallo straniero, una piazza grande con al centro una rotonda costituita da tante colonne in cima alle quali a mo’ di monito c’erano corde da impiccagione. C’era già Saddam Hussein, era vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario, un anno dopo sarebbe diventato generale dell’esercito iracheno e sette anni dopo presidente dell’Iraq. 
Di quella trasferta ricordo un viaggio ai margini del deserto, che cominciava alla periferia sud di Baghdad: se non avete mai visto un deserto non potete immaginarvi cosa possa essere una sconfinata distesa di dune di sabbia rossiccia accarezzate dal vento. Non so più come ci eravamo arrivati, so però che ci avevano sconsigliato di prendere un taxi perché avremmo corso il rischio di essere rapinati e lasciati lì. 

E ricordo una cena sul fiume Tigri, spettacolare perché illuminato dai fuochi che scaturivano dai pozzi di petrolio circostanti. C’erano le danzatrici del ventre, c’erano infinite pietanze che tutti ingozzavano afferrandole con le mani compreso il riso (io mangiai solo frutta!). Un’atmosfera allegra che però mascherava un’aria cupa che aleggiava sulla città. Un giorno uno studente iracheno mi sequestrò per un’ora chiedendomi come fosse il mondo fuori del suo paese, come si vivesse. Parlavamo in tedesco ma colsi ugualmente nel suo tono un misto di angoscia, rammarico, rabbia, speranza. Quel mondiale si disputava con un girone all’italiana e con 5 squadre: Grecia, Turchia, Costa d’Avorio, Iraq e Italia. Gli azzurri erano chiaramente la squadra più forte, ma era scritto che doveva vincere l’Iraq per alimentare l’orgoglio nazionale. L’Italia fu fermata dall’arbitraggio scandaloso di un direttore di gara iracheno (!) nella partita con la Turchia il che consentì alla squadra di casa di aggiudicarsi il titolo davanti agli azzurri. Ci furono proteste ufficiali, velate scuse da parte degli iracheni ma tutto rimase come era già stato scritto fin dall’inizio: l’Iraq rivoluzionario era campione del mondo.

giovedì 19 settembre 2013

SPORT & VIAGGI - Birmania


Il viaggio che mi è rimasto più inciso nella mente è stato quello effettuato nel 1971 (43 anni fa!) in Birmania (continuo a chiamarla così, ma dopo il colpo di stato del 1988 si chiama Myanmar) al seguito della Nazionale Semipro(fessionisti) di calcio, allora guidata da Enzo Bearzot. Il viaggio in aereo fu eterno (14 ore), scalo a Beirut, cambio d'aereo a Bangkok e arrivo a Rangoon (oggi Yangon) che era la capitale. Era febbraio, in Italia era pieno inverno ma là c'erano 35 gradi con un tasso altissimo di umidità. L'accoglienza fu entusiastica: era la prima volta che una squadra di calcio europea arrivava fin là, l'Italia poi era famosa per le imprese dei Riva, Rivera, Mazzola, c'erano due grandi striscioni con le scritte "Benvenuta Italia" e "Forza Azzurri", tanta gente e fra la gente un giovane, il vicentino di Thiene Roberto Bassi che stava compiendo a piedi il raid Roma-Tokyo per ricordare il volo di Arturo Ferrarin di mezzo secolo prima. Alloggiavamo all’Inya Lake Hotel (sono andato a vedere su internet, c’è ancora!). Restai subito colpito da una scenetta incredibile di fianco all’ingresso: alcuni operai scavavano attorno a una grande buca sorvegliati da guardie armate. Mi dissero poi che scavavano giada, di cui il sottosuolo era ricchissimo. Un’altra cosa che mi colpì fu l’espetto della città. In centro le vecchie case coloniali britanniche rimaste, in periferia baracche di legno, tutte costruite su palafitte. Dentro, gente poverissima ma dignitosa, pronta ad accoglierti e a parlarti. Un tempo il Paese era stato dominio inglese, che ne aveva sfruttato le risorse (riso, teck, petrolio, pietre preziose) per poi abbandonarlo a se stesso. Su tutto incombeva l’incredibile Shwedagon (foto in alto), una pagoda immensa tutta laminata d’oro che faceva contrasto con l’evidente miseria circostante. Altre meraviglie del genere poi avrei visto a Pegu con un Budda gigantesco, lungo 26 metri, sdraiato (foto più in basso), a Mandalay con i suoi templi bellissimi (foto qui sotto), sul fiume Irrawaddy. 

In Birmania restammo una settimana, lo spazio di due partite, ed ebbi modo di conoscerla abbastanza bene: infatti nel tanto tempo libero il cancelliere dell’ambasciata ci portava in giro in macchina a vedere i villaggi dei dintorni. L’ambasciatore Elio Pascarelli, un campano di Nusco, colui che aveva suggerito quella trasferta per rafforzare i rapporti italo-birmani, organizzò anche un party. Ricordo un pianista che suonava e cantava in italiano “Buonasera signorina” e si meravigliava che nessuno di noi sapesse le parole. Ricordo ragazzi che giocavano a “cynlon”, una specie di basket praticato con i piedi e con una palla di vimini (me ne comprai una, ce l’ho in casa!). Ricordo anche che uno dei giocatori italiani si innamorò perdutamente, a quel party, di una principessa birmana, so che lei venne poi in Italia ma non so altro. E poi ricordo le partite e lo stadio pieno di 50 mila spettatori: c'erano quattro missionari italiani venuti dal nord del paese, c’erano anche tanti bonzi col loro abito rossiccio, che dopo aver girato in città con la ciotola per chiedere riso si mettevano ordinatamente in fila  per entrare. Per la storia, i nostri azzurri vinsero 2-1 la prima partita contro gli Under 20 a Pegu, e pareggiarono 2-2 la seconda a Rangoon con la Nazionale maggiore birmana. E per la cronaca, Bearzot fece giocare poco Del Neri (il più famoso di quei ragazzi, allora giocava nella Spal): non era in forma. Ricordo che ebbi occasione di parlare con Bernd Trautmann, che era stato appena ingaggiato come futuro allenatore della Birmania: era un tedesco, era stato un grande portiere la cui carriera in Germania era stata condizionata dal fatto di essere stato hitleriano per forza di cose (era nato nel 1923). Anche lui era rimasto impressionato dai ragazzi di Bearzot.