Ho cominciato a fare il giornalista nel 1968, con una scrivania a "Stadio", quotidiano sportivo di Bologna nato nel 1945. Prima, per sette anni avevo collaborato per diverse altre testate, cercando invano un posto fisso di lavoro. Pensavo che il mio sogno non si sarebbe mai realizzato fino al giorno in cui ricevetti una telefonata da Foresti, segretario di redazione, che mi parlava a nome del direttore Luigi Chierici. Chierici l'avevo intervistato alcuni anni prima per la mia tesi sulla "Stampa sportiva in Italia" e lì gli avevo manifestato il mio sogno (per la cronaca non mi sono mai laureato, con grande delusione di mio padre camionista: ero troppo impegnato a trasformare la tesi in un libro, il mio primo libro, anno 1966). Ebbene Chierici mi chiese di entrare nel suo giornale. Giornalista praticante, poi professionista, poi caposervizio, poi caporedattore: esperienza esaltante. Di cui mi piace raccontare due episodi: la fusione con "Il Corriere dello Sport" e la nascita degli "Stadio", gruppo musicale lanciato da Lucio Dalla.
La redazione cercò di ribellarsi a quell’operazione, ma non trovò alcuna solidarietà nei sindacati di categoria, a quei tempi adusi a proclamare scioperi quasi solo per chiedere aumenti di stipendio. Qualche anno prima, quando Monti aveva chiuso “Il Tirreno”, i redattori di “Stadio” erano stati gli unici a scioperare, nemmeno il comitato di redazione del “Carlino” aveva ritenuto opportuno muoversi. Nel momento in cui l’autonomia del loro giornale veniva minata, si aspettavano una reazione dai colleghi. Invece niente. Va detto comunque che nessuno fu licenziato. Alcuni redattori accettarono di andare a Roma, altri passarono al “Resto del Carlino”.
Dalla «fusione» scaturì un giornale anomalo, fatto di una parte nazionale comune e di una parte locale indipendente, una prima pagina totalmente diversa (anche perché “Stadio” disponeva del colore e il “Corriere” no), interventi locali sulle pagine nazionali, con la doppia testata “Stadio-Corriere dello Sport” sovrapposta una all’altra ed evidenziata in verde o rosso a seconda della tradizionale zona di influenza. Direttore era Tosatti, con Adalberto Bortolotti vicedirettore. Io ero il caporedattore a Bologna.
Il primo numero di questo quotidiano fatto di due giornali in uno, di due redazioni e di due tipografie piazzate in due città diverse, di pagine teletrasmesse, di fax, fu confezionato il 10 settembre e apparve in edicola domenica 11, giorno d’apertura del campionato di calcio. A Bologna erano state composte una pagina di serie A, una di B, una di semipro, l’ultima, quella delle "girate" dalla prima e pezzi vari da sostituire a quelli romani. Diversa anche la prima pagina, anzi, quella parte che avrebbe dovuto integrare la «prima» del “Corriere”: dove ad esempio il “Corriere” aveva messo il titolo e l’inizio di un pezzo sulla Roma, sulla Lazio o sul Napoli, “Stadio” aveva preparato un titolo e un pezzo sul Bologna o sul Modena. Questo, dopo laboriosi accordi telefonici o via fax con gli impaginatori romani sulle misure da rispettare. Un lavoro terribilmente complicato. Le pagine venivano teletrasmesse da Roma a Bologna, uscivano in pellicola, ogni pagina impiegava circa due minuti e mezzo ad uscire. Quel 10 settembre il “Corriere dello Sport-Stadio” era composto di 20 pagine, l’operazione durò un’oretta. La pellicola veniva poi «sviluppata» e su di essa si procedeva ad un certosino lavoro di taglia e incolla per la sostituzione dei pezzi e dei titoli. Un evento, quel primo numero, al quale partecipò da spettatore il giovanissimo Roberto Amodei, figlio dell’editore, designato dal padre a sovrintendere all’operazione. Non era stata fatta alcuna prova, alcun numero zero. Andò tutto bene, salvo qualche misura sballata di pochi millimetri e subito aggiustata col cuore in gola. Le pagine passarono alla lastratura e quindi alla rotativa. Quando uscirono le prime copie, fu stappato lo spumante. Personalmente avevo un groppo in gola.
Un’avventura per certi versi esaltante, fare un giornale in questo modo. Ma faticosa e sofferta: la redazione bolognese di “Stadio” si sentiva colonizzata, sottostimata. Non mancarono gesti di rabbia o di ribellione: di uno in particolare fui responsabile io. Fu quando Maradona passò dal Boca Juniors al Barcellona per 10 milioni. La notizia Ansa arrivò la sera verso le 22.30, ora di chiusura di “Stadio”. La feci mettere in prima pagina al posto di una foto un minuto prima di andare in stampa, “dimenticandomi” perversamente di sentire se il “Corriere” aveva visto la notizia. “Stadio” paradossalmente diede un “buco” al “Corriere”. Il giorno dopo dovetti subire la giusta reprimenda del direttore Tosatti il quale - seppi - fece anche un cazziatone alla sua redazione. Il tempo avrebbe cancellato la ferita. L’avrebbe rimarginata soprattutto una constatazione: che per la gente di qui il giornale era sempre e solo “Stadio”.
Un’avventura per certi versi esaltante, fare un giornale in questo modo. Ma faticosa e sofferta: la redazione bolognese di “Stadio” si sentiva colonizzata, sottostimata. Non mancarono gesti di rabbia o di ribellione: di uno in particolare fui responsabile io. Fu quando Maradona passò dal Boca Juniors al Barcellona per 10 milioni. La notizia Ansa arrivò la sera verso le 22.30, ora di chiusura di “Stadio”. La feci mettere in prima pagina al posto di una foto un minuto prima di andare in stampa, “dimenticandomi” perversamente di sentire se il “Corriere” aveva visto la notizia. “Stadio” paradossalmente diede un “buco” al “Corriere”. Il giorno dopo dovetti subire la giusta reprimenda del direttore Tosatti il quale - seppi - fece anche un cazziatone alla sua redazione. Il tempo avrebbe cancellato la ferita. L’avrebbe rimarginata soprattutto una constatazione: che per la gente di qui il giornale era sempre e solo “Stadio”.
L'OMAGGIO DI LUCIO DALLA - A dare testimonianza di questo sentimento affettivo fu Lucio Dalla, tre anni dopo. Appassionato di sport, tifoso del Bologna e della Virtus basket, una mattina dell’estate 1980 telefonò in redazione a Bologna (toccò a me il piacere di parlargli). Disse che stava fondando un nuovo gruppo musicale e che avrebbe voluto chiamarlo «gli Stadio» e avrebbe anche voluto mettere sul primo disco il carattere originale della testata. Spiegò che per i bolognesi “Stadio” era una cosa irrinunciabile, che bisognava farlo vivere con questo nome e che per questo voleva imprimerlo in modo indelebile nella mente dei ragazzi. Perché non dimenticassero mai che cosa era stato ed era “Stadio”, che cosa avesse significato e significasse per gli sportivi della città. Permesso accordato, ovviamente, dal nuovo editore. Uscì un LP (foto qui sotto) col nome “Stadio” scritto grande così e la musica degli «Stadio» entrò in tutte le case. Fu un successo tale che appena un anno dopo Carlo Verdone li avrebbe chiamati per commissionargli la colonna sonora di «Borotalco»: uscì anche il 45 giri (foto sopra) e sulla copertina del disco c’era scritto «Stadio» grande come la testata del giornale, con la sola variante di una nota musicale al posto del puntino sulla «i». Per la storia, gli «Stadio» cantano ancora, in giro qua e là. E sempre per la storia, Roberto Amodei (devo dire, un gran signore per davvero) avrebbe poi comprato anche "Tuttosport" e poi la Conti Editore (nel 1994) con "Autosprint", "Motosprint" e il "Guerin Sportivo" dove io grazie a Italo Cucci e ad Adalberto Bortolotti mi ero trasferito 12 anni prima, non sopportando più la convivenza col Corriere dello Sport.
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